La meravigliosa favola di Damien Rice al Pistoia Blues

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Sono tornata da poche ore da uno di quei weekend che lasciano il segno, e quasi pare di accusare una sorta di jet lag difficile da spiegare. Due sere fa ero al Pistoia Blues, seduta nella piazza del Duomo, mentre davanti a me un uomo in pantaloni beige, camicia e bretelle, ha dato prova di quanto talento straordinario ci possa stare in una persona sola.

Damien Rice, 43 anni, irlandese nella chioma e nel cuore, sale al b_DSC0003uio e nel silenzio su un palco allestito con diversi strumenti (tanto che ti aspetti che, da un momento all’altro, entrino perlomeno cinque o sei musicisti), imbraccia una chitarra acustica ed esegue My favourite faded fantasy, con un’intensità tale che intorno pare manchi l’aria. Una sagoma in controluce, Damien, con le note di 9 Crimes e Delicate che ti entrano sotto la pelle, e io, lo ammetto, inizio a piangere in questo esatto momento. Ogni tanto scruto le stelle (come si vedono bene, stasera, quasi fossero un regalo necessario), forse per abbassare la tensione, o mantenere un briciolo di dignità, chissà. I remember arriva e porta con sè una quintalata di ricordi (quel I want you here tonight/I want you here/ ‘Cause I can’t believe what I found buttato lì a rimbalzare sulle ossa), anticipando Come all ye lost, distorta nella voce e nel suono.

_DSC0011A questo punto, Damien si concede una piccola pausa, in cui cambia strumento (da dove sono io pare una fisarmonica da tavolo) e chiacchiera con il pubblico, tentando qualche parola in italiano (chiede la traduzione di guilt al pubblico, e quel colpolalala che ne esce è di una tenerezza disarmante) e raccontando di quella Mercedes (che non poteva essere di un irlandese, doveva essere per forza di un inglese, una macchina così costosa) rigata con una chiave sulla fiancata da lui e da alcuni suoi amici quando erano ragazzini. Così introduce Trusty and true, pezzo che esalta la sua notevole potenza vocale, al termine del quale conduce un botta e risposta divertente con una esuberante ragazza del pubblico, mentre si levano a gran voce richieste di questo o quell’altro pezzo. Tornato alla chitarra è la volta della bellissima Amie e di The rat within the grain, introdotta da uno scherzoso e veloce ripasso al giro di accordi e al testo.

La butta in caciara, Rice, fa ridere tutti con le sue battute, come se volesse alleggerire l’atmosfera, ma subito dopo Insane e Cannonball riportano l’emozione pericolosamente vicino al livello di guardia. Di nuovo le richieste in stile karaoke si sprecano e vengono gestite con eleganza e ironia, una delicata Colour me in si arrotola intorno allo stomaco insieme ad Elephant, sulla chiusura di It takes a lot to know a man succede di tutto, Damien usa la loop station in un modo incredibile, sembra che sul palco ci siano un centinaio di musicisti e doverosamente scatta la standing ovation, che lo accompagna verso l’uscita.

Al suo rientro per il bis penso che, suonata da lui _DSC0009potrebbe arrivare a piacermi perfino la musica reggae o quella balcanica (che, si sa, è bella e tutto quanto ma alla lunga eccetera eccetera), ma è il momento di Rootless tree e di The blower’s daughter, durante la quale mi si spezza definitivamente il cuore e mi lascio andare ad un pianto come si deve, con tanto di singhiozzi e tirate su di naso (che la gente mi guarda e si preoccupa anche, poveretta). Il gran finale spetta a Volcano, suonata insieme alla violoncellista islandese Gyda, e sono abbracci e ancora lacrime, e applausi, tanti, tantissimi.

Il livello di smarrimento che leggo negli occhi di tutti coloro che lasciano la piazza al termine del concerto lo riconosco, perchè è simile al mio. Quello che abbiamo visto e sentito difficilmente se ne sarà andato, domani, e per quanto mi riguarda lo indosso ancora oggi, come l’abito migliore possibile. È come innamorarsi per la prima volta, come avere la sensazione che questo mondo abbia ancora una possibilità, come convincersi che là fuori ci sia ancora del buono, nonostante tutto.

L’unico mio cruccio è di non essere stata presente all’aftershow e di essermi persa Damien tra la gente, per strada. Cedere alla stanchezza può essere controproducente, accidenti. Non accadrà mai più. È una promessa.

(Si ringrazia di cuore Simona Lamparelli per gli scatti fotografici)

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