La magia di Wallis Bird conquista Cantù

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Uno scricciolo biondo dal viso di bimba, avvolto in una felpa oversize, sfoggia un paio di provocatori e posticci baffi neri mentre gioca a biliardo in un locale, in una sera qualunque di metà inverno. Ma nulla è banale come sembra. Il locale è All’Unaetrentacinquecirca di Cantù, la sera è sabato 18 febbraio e lo scricciolo è Wallis Bird, che si rilassa prima di salire sul palco, come se, alla fine, non dovesse fare nulla di speciale, di lì a poco.

Il pubblico arriva ed entra alla spicciolata, riempiendo ogni spazio possibile, e lei, piccola e sorridente, si confonde tra la folla, abbracciando e stringendo mani, salutando tutti quelli che le si avvicinano. Ad aprire il live ci pensa Sam Vance-Law, tastierista, violinista e cantante, accompagnato dalla polistrumentista Emma Davis e dal chitarrista e clarinettista Aidan Gorman, i componenti della band di Wallis. Una manciata di pezzi, dalle atmosfere calde e soavi, accompagnati, sul finale, da una baffuta e infagottata percussionista, che duetta alla voce con Emma, regalando a tutti la sensazione che questo sarà un concerto davvero memorabile.

Al centro della scena, poco dopo le 22, una pedana amplificata accoglie la cantautrice irlandese, che già dal primo brano, Love, lascia tutti senza fiato: energica, instancabile e folle come solo lei sa essere, con quel suo modo originale e unico di suonare la chitarra e quella voce che tutto può, Wallis trascina un gruppo di talentuosi musicisti attraverso le sue suggestioni sonore, dove le note si arrotolano intorno al cuore e lo tengono stretto, in una morsa di dolcezza a cui è difficile sottrarsi. Le tracce di Home, il suo ultimo album, si alternano a pezzi cari ai fan, che cantano, tengono il tempo e accettano le sfide canore della Bird, la cui estensione vocale impressiona e conquista al primo ascolto. L’amore per l’Italia e per il limoncello, su cui scherza in più di un’occasione, la genuinità delle emozioni e la sua capacità di fare di ogni suono un’esperienza irripetibile colorano il live, e io, che per un gioco fortunato del destino (e un’amica dal sorprendente tempismo) mi trovo esattamente davanti a lei, a cinque centimetri dall’asta del suo microfono, non posso fare a meno di pensare che tutta questa bellezza, di cui avevo un estremo bisogno, mi resterà appiccicata alle ossa per giorni.

Da The deep reveal Fantasy, da The circle, contenuta nell’album Spoons del 2007, passando per That leads the way, I can be your man e l’intensa Home, Wallis disegna forme e immagini armoniche che riempiono l’aria, proseguendo senza sosta su una set list serrata e piena, che comprende Change, Odom, To my bones, datata 2009, Control, Hardly hardly e Seasons, a chiudere il concerto. Ma non basta, o, perlomeno, a noi, che a bocca aperta non ci siamo persi un secondo di questa meraviglia, non basta di certo. Allora accade l’ennesima magia: i quattro scendono dal palco (e io salvo la vita al buon Sam, che inciampa sul gradino e rischia di cadere), si siedono sul bancone del bar e, a cappella, eseguono magistralmente In dictum, brano storico del 2012, che regala brividi e qualche lacrimuccia (mia, ovviamente):

Al termine, Wallis non si sottrae agli autografi, ai selfie e alle chiacchiere con tutti coloro che le si fanno intorno, mostrando come il diventare una grande artista non precluda la possibilità di essere una persona semplice, generosa e alla mano. Una lezione d’arte e di vita da imparare e e conservare gelosamente. Grazie, piccola, incredibile, straordinaria creatura. E torna presto. Qua ti si adora assai.

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