Jacopo Spirei: «Ecco il mio Nabucco per Como»

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«Una vocazione contemporanea e corale, per raccontare una vicenda in cui i confitti intimi si mescolano con quelli globali». Con queste parole, Jacopo Spirei, regista, racconta quello che sarà il “suo” Nabucco, per l’attesissima prima del Festival Como Città della Musica 2017. Confidando nella clemenza del tempo, giovedì 29 giugno, alle 21.30, dopo mesi di preparazione, l’Arena del Teatro Sociale di Como ospiterà la messinscena del celebre melodramma verdiano, proposto come opera partecipata, nell’ambito di 200.Com. Un progetto per la città. Spirei conferma l’entusiasmo che aveva già mostrato nelle fasi iniziali. Del resto, il suo percorso di artista italiano affermato all’estero, ha fatto di progetti come 200.Com, un linguaggio specifico e molto frequentato.

Basta un’immagine per annunciarlo: non sarà un Nabucco convenzionale

Spirei, con che stato d’animo affronta la prima del Nabucco made in Como?
L’emozione è sempre molto forte, come ogni volta che si affronta il giudizio del pubblico sul lavoro svolto. Del resto, in questi mesi e soprattutto nella fase clou delle scorse settimane, abbiamo lavorato moltissimo, sia con il cast di professionisti, che trovo di primo livello, sia con il coro dei 200 (e oltre), impegnati, in una sfida molto ambiziosa. L’umore del gruppo è altissimo, per una sfida estrema.
È ormai chiaro che non vedremo un Nabucco convenzionale e legato alla tradizione…
Sono sempre un po’ scettico quando si parla di tradizione. In fin dei conti, quando parliamo di modelli usuali, ci riferiamo alle messinscene degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Se appena risalissimo indietro nel tempo, ai primi decenni del Novecento, potremmo trovare allestimenti lontani dal naturalismo. Certamente, posso dire che il Nabucco che vedrete in Arena vuole essere penetrante, vuole superare il livello bozzettistico.
No alla consuetudine, quindi…
La consuetudine è rassicurante, ma ha un difetto imperdonabile: ci spinge a guardare indietro invece che al futuro. L’arte ha bisogno, invece, di guardare avanti. Un percorso più rischioso, ma inevitabile. Dobbiamo attingere al passato ma per costruire il futuro.
Nabucco quindi parlerà anche un po’ di noi?
È il nostro intento. Parliamo di un mondo in guerra, di famigli e nazioni contrapposte. Di un popolo decadente e di un altro emergente e aggressivo che arrivano a confrontarsi. L’episodio biblico, come già per Verdi, è un pretesto che permette di distanziarsi e di riflettere a un livello più ampio (e attuale). Vedrete un dramma di persone.
Parliamo dell’uso dello spazio (atipico) dell’Arena…
Utilizzo lo spazio per quello che è: un parcheggio, uno spazio urbano anche se delimitato da mura antiche, che contribuiscono a un effetto straniante. Un luogo in fondo banale, che ci permette di sviluppare un’epica metropolitana. Fin dall’inizio, mi è stato chiaro che avrei dovuto lavorare a un progetto specifico e non replicabile. L’area verrà usata in toto e con una posizione fluida per orchestra e pubblico.

Dirigendo i 200.Com

Non possiamo non parlare dei Duecento (che poi oggi sono circa 250) che costituiscono l’unicum di questo progetto. Come ha lavorato con i coristi?
Ho ovviamente dato delle linee guida su cui organizzare la preparazione. In particolare, abbiamo dovuto individuare dei codici espressivi specifici con cui esprimerci. Ho però incoraggiato, come amo sempre fare nei miei allestimenti, la creatività e la partecipazione “dal basso”. Fortunatamente non ho scelto questo lavoro per soddisfare il mio ego.
Lei parla di linguaggi specifici. Quali saranno i registri comunicativi su cui si articolerà la messinscena?
La comunicazione, in linea con la natura della messinscena, vuole essere il più diretta possibile. Non a caso, abbiamo scelto codici “linguistici” riconoscibili, che si rivolgano a tutti. La vocazione di questo Nabucco è popolare, nel senso più alto del termine.
Come suonerà il suo Nabucco?
Il privilegio di cui si può godere in allestimenti di questo tipo è quello di sentirsi immersi nella musica e di ascoltare il canto lirico da molto vicino. Un ascolto non solo per puristi, ma per persone che vogliano emozionarsi.

(Foto di Ilaria Sormani)

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