Into his arms: Nick Cave al Forum

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Partecipare a un concerto di Nick Cave è un po’ come partire per un sorprendente viaggio mistico, un tuffo in quei meravigliosi anni in cui tra artista e pubblico non c’erano barriere, transenne, security, filo spinato, fossati e coccodrilli, ma tutti si potevano abbracciare, toccare, riconoscere, tenere per mano. Perché lui è così, e lo si ama proprio per questo.

3 volte Nick Cave

Si presenta, in un lunedì qualunque, sul palco del Mediolanum Forum di Assago, davanti ai suoi Bad Seeds, agitando le braccia in segno di saluto, e da subito è tutto un imporre le mani, accarezzare le prime file del parterre, cercare un contatto diretto, di occhi e pelle, con la folla sotto di lui. Si muove e loro si muovono, a ogni suo cenno ondeggiano, alzano le mani, agitano la testa, come topolini incantati davanti al magico pifferaio, come discepoli devoti davanti a un irresistibile dio, che a loro si concede, senza risparmiarsi.

Si appoggia a quei corpi mentre l’intensità creata da Anthrocene, Jesus alone e Magneto, tratte dall’album Skeleton tree del 2016, prepara il terreno all’esplosiva Higgs boson blues, seguita da From her to eternity, Tupelo, Jubilee street e The ship song, con versioni che durano (e talvolta superano) nove minuti di esecuzione, supportate da una scenografia ben studiata e dalla bravura incontestabile di Thomas Wydler e Jim Sclavunous alla batteria e alle percussioni, Martyn P. Casey al basso, Larry Mullins al pianoforte e alle tastiere, George Vjestica alla chitarra e del carismatico Warren Ellis al violino.

Poi, il buon Nick prende posto al piano e, nel silenzio generale, esegue la struggente Into my arms, trascinandosi dietro il coro sommerso di migliaia di persone e decelerando i battiti con Girl in amber e I need you. Si lancia, questa divinità così singolare, tra le braccia tese del suo pubblico, accenna a un crowd surfing, si fa cullare, si ritrae, prende le distanze e ricomincia da capo.

Di nuovo il ritmo e l’adrenalina salgono con Red right hand e The mercy seat, si abbassano con la bella versione di Distant sky, sulla quale si aggiunge, proiettata sul telo alle spalle dei musicisti, la voce gentile del soprano Else Torp. Il set si chiude sulla carica di energia di Skeleton tree, con la scenografia che si dilata e avvolge tutto, grazie a un sapiente gioco di luci, accompagnando la band e lo stesso Nick verso le quinte.

The red right hand

Il bis inizia maiuscolo grazie ad una The weeping song che vede Sua Immensità scendere dal palco, farsi largo tra la gente e raggiungere una piccola passerella, dalla quale canta anche Stagger Lee (facendosi reggere il microfono, alla bisogna, da uno spettatore), ammaestra la folla, coinvolge, accarezza, stringe mani, fino a regalare la sua collana ad una ragazza incredula, che di certo non dimenticherà mai questo momento.

The red left hand

Il gran finale vede il Sommo riguadagnare il palco, invitando almeno una cinquantina di persone a salire con lui sulle note di Push the sky away, e da dove mi trovo io pare di vedere le onde del mare, che si alzano e si abbassano, attirate da un unico, fortissimo, magnete (anche se, tra loro, c’è sempre la tipica ragazza svagata che agita la bandiera della pace e saltella sui cavi, diventando così bersaglio di epiteti diversamente gentili da parte dei fonici di palco).

(Dirty) Three Warren Ellis

Tra tutti loro (mentre la scena che ho davanti agli occhi assomiglia tantissimo alla coreografia del brano di Simon Zealotes in Jesus Christ Superstar), Nick ne individua uno, il classico personaggio in stile vichingo a petto nudo, attirandolo a sé. Il prescelto perde completamente il senno, e, confuso ed emozionato, si abbandona tra le braccia del pastore Cave, che chiude così un concerto straordinario.

Benedetti e fortunati. Ci sentiamo tutti così, e non abbiamo bisogno di dircelo. Grazie, Nick. Alla prossima. Noi ti s’aspetta.

(Foto close up di Roberto Sasso, totali di Alessia Roversi)

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