Incubus, gli anni hanno i denti e qualche volta mordono.

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Venerdì scorso è uscito l’ottavo album degli Incubus, si intitola banalmente 8 e vede la luce a sei anni dal suo predecessore, If not now, when?, disco che ho amato tremendamente e ascoltato fino alla nausea. Ecco, a proposito di nausea… chi sono gli Incubus?

Per alcuni sono e saranno la band di Drive, fortunato singolo datato 1999 che ha fatto conoscere al mondo il nome del quintetto californiano, per altri invece sono solo una band che grazie a Drive, appunto, ha avuto il suo momento di gloria e che probabilmente campa di rendita dal 1999 grazie al successo commerciale dell’album Make yourself.

La band, capitanata da Brandon Boyd, è sulle scene da venticinque anni almeno e deve la sua fama a quel fenomeno musicale che i più ricorderanno come nu metal, genere che ha visto il suo momento di massimo splendore tra il 1995 e il 2005 grazie ad album importantissimi di band quali Korn, Limp Bizkit e i fortunatissimi Linkin Park che hanno imparato la lezioncina sul crossover da Red Hot Chili Peppers, Faith No More e Rage Against the Machine e l’hanno sfruttata al massimo riuscendo a darla in pasto alle radio e alla massa in una forma più ammiccante rispetto a quella originale dei loro predecessori con l’unica pecca di non essersi mai allontanati tanto dalle sonorità dei loro primi dischi cercando di ripetere il successo avuto agli esordi, cosa che nel corso degli anni ha influito e influisce molto sulla qualità del lavori più recenti, ben lontani dalla qualità e l’ispirazione genuina di un tempo.

Gli Incubus invece, a mio avviso, hanno questo pregio rispetto alle band sopracitate: hanno avuto il coraggio di virare nel pieno del successo del fenomeno nu metal per creare un proprio sound e da Morning view, disco pubblicato nel 2001, hanno abbandonato le sonorità che li hanno portati al successo per un approccio meno duro rispetto al passato. DJ Kilmore infatti, figura di spicco nel genere, a differenza dei DJ degli altri gruppi abbandonò sempre di più, album dopo album, lo scratch per approcciarsi a tastiere e sintetizzatori, fino a rinunciare definitivamente anche all’appellativo ormai riduttivo di DJ per iniziare a usare il suo nome di battesimo. Altro particolare rilevante è l’ingresso nella band dell’ex The Roots Ben Kenney al basso, grazie al quale l’anima soul ha preso il sopravvento sulla freddezza del metal scaldando di molto il loro sound.

Si, ma cosa c’entra la nausea? Ve lo racconto. Io come tutti li ho conosciuti grazie al singolo Drive, ma a differenza dei più non mi piaceva e non mi piace tutt’oggi come brano. L’amore nacque due anni dopo, col sopracitato Morning view, un album stupendo che ascoltai tantissimo nel periodo in cui abbandonai la scuola per mettermi alla ricerca di un lavoro. Chi si sarebbe immaginato poi che tre anni dopo sarebbero riusciti a confezionare un disco come A crow left of the murder? Il loro disco più politico in assoluto, trascinato dai singoli Megalomaniac (un vero e proprio calcio in culo metaforico all’allora amministrazione Bush) e Talk show on mute (pezzo ispirato al 1984 di George Orwell) il disco era una vera e propria dimostrazione della bravura di questa band. Completamente registrato in presa diretta, è tutt’ora uno dei miei preferiti di sempre, o per lo meno è tornato a esserlo dopo un po’.

Ecco che arriviamo alla nausea di cui sopra. A crow left of the murder è uscito nel febbraio del 2004 e io lo comprai in un periodo di stallo tra il mio ricovero nel gennaio di quell’anno e l’inizio dei cicli di chemio e radioterapia a marzo.

Non mi separavo mai dal mio lettore cd, dai miei 13 anni non c’è notte che non mi addormenti con le cuffie, figuriamoci se non me lo portavo dietro il giorno del mio primo e noiosissimo ciclo. E indovinate che disco avevo dietro quel giorno? Il ciclo durava dodici ore esatte e io ascoltai felice il mio nuovo cd per quasi tutto il ciclo e continuai ad ascoltarlo anche la sera arrivato a casa… ed eccola lì, la nausea. Da quel giorno il mio cervello e il mio stomaco si misero d’accordo e non riuscii più ad ascoltare una sola canzone degli Incubus in un periodo imprecisato che va dal 2004 al 2011, perché ogni volta che partiva un loro qualsiasi pezzo iniziavo ad avere nausea e conati fortissimi e questo mi fece stare alla larga dalla loro musica fino a quando, un bel giorno del 2011, sentii per caso in radio If not now when?, la title-track del disco appena uscito, e risultò così diversa da tutto ciò che avevo ascoltato di loro fino a quel momento da far svanire completamente la maledizione al punto che dopo essere riuscito ad ascoltare quel disco per intero senza problemi, riuscii ad ascoltare anche i vecchi lavori senza conseguenze spiacevoli.

L’uscita di questo nuovo disco ha fatto riaffiorare questi ricordi, ma mi ha anche confermato che questa band ha ancora molto da dire e fa ancora centro con un disco molto ambizioso, molto intimo nelle liriche, ma per nulla complicato. Una raccolta di brani molto orecchiabili e super radiofonici, ma non per questo noiosi. Undici tracce per appena quaranta minuti fanno si che questo lavoro faccia breccia nel mio cuore perché io detesto i dischi prolissi e questo invece scivola via facile e ti mette voglia di riascoltarlo e riascoltarlo. Cosa che sto facendo da due giorni ripetutamente e che mi ha convinto a scriverne.

01. No fun
02. Nimble bastard
03. State of the art
04. Glitterbomb
05. Undefeated
06. Loneliest
07. When I became a man
08. Familiar faces
09. Love in a time of surveillance
10. Make no sound in the digital forest
11. Throw out the map

La curiosità riguardo la lavorazione di 8 è che il disco era quasi pronto per uscire quando la band ha fatto retromarcia per far produrre nuovamente alcune tracce da Sonny Moore, aka Skrillex, che forse non tutti sanno che prima di diventare il nome più importante del genere dubstep, era innanzitutto fan degli Incubus e che grazie a loro iniziò a suonare la chitarra abbastanza bene da garantirgli l’ingresso nella band post-hardcore From first to last, prima di diventare un DJ di fama mondiale.

L’ennesimo disco riuscito di una band così capace e ispirata da far impallidire almeno altre due generazioni di nuovi musicisti. Consigliatissimo.

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