In viaggio, tra Celona e i Sigur Rós

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Correva l’anno 1968 e un giovane Riccardo Del Turco cantava Luglio / col bene che ti voglio / vedrai non finirà, raccontando la speranza di rivedere l’amata in riva al mare. Con ben altre premesse e meraviglie, questo luglio è iniziato con una tale esplosione di eventi e cose belle da fare e da vivere che rimpiango l’arretratezza tecnologica dei nostri giorni, non ancora in grado di lanciare sul mercato uno dei prodotti che, a parer mio, rivoluzionerebbero il mondo: il teletrasporto. Quindi, a conti fatti, tocca arrangiarsi coi mezzi che si hanno, confidando nella buona sorte e nella propria capacità di resistenza. La mia l’ho messa alla prova durante questo ultimo weekend, che mi ha visto scapicollarmi a destra e a manca, sudando tutto il 90% del mio corporeo patrimonio liquido e perdendoci il sonno, ma allo stesso tempo portandomi a casa tanta di quella Bellezza da riempirmi le braccia fino all’orlo.

20160708_225451Procediamo con ordine: venerdì sera, seduta nel parco di Villa Calvi a Cantù, mi sono lasciata trasportare dalle atmosfere eleganti della Celtic Harp Orchestra, che sul palco di Cantugheder ha dato vita a una performance degna di nota, molto apprezzata dal pubblico (che poi, loro sono proprio belli da vedere, oltre che da ascoltare, quindi ti conquistano per forza). Musica celtica e tango, melodie leggiadre e virtuosismi sonori hanno catturato menti e anime dei presenti, abbracciandole a lungo.

La giornata di sabato inizia con un salto a Blevio, per dare una mano ai preparativi per la Notte Bianca. Tutto intorno è fermento, gente che arriva, che lavora, che suda, che monta palchi e attrezzature, che prepara da mangiare, che suda, che fa il sound check, che trasporta gli strumenti, che suda (no, non è una ripetizione, ma un accrescitivo rinforzativo ancora totalmente lontano dalla realtà) e tra loro noi dell’Associazione Musicisti di Como, responsabili della programmazione musicale di uno dei tre palchi live. Blevio è stupenda, baciata da un sole sfacciato, il lago promette frescura e sollievo, ce lo mangiamo con gli occhi, questo piccolo angolo di paradiso.

20160709_204435Io però devo andare, ho un appuntamento preso da mesi a cui non posso certo mancare. L’I-Days Festival all’autodromo di Monza è invaso da una folla incredibile, mi domando se dalla luna questa macchia colorata di umanità si riesca a vedere. Il motivo che ci porta tutti qui si chiama Sigur Rós, ed è la mia prima, emozionante volta. Ad aprire il live del gruppo post-rock islandese ci pensano i gallesi Stereophonics che, trascinati da Kelly Jones, il cantante, suonano come i dannati, potenti, energici, travolgenti. Impossibile stare fermi, impossibile non farsi coinvolgere , impossibile non cantare, dall’inizio alla fine, Have a nice day e Maybe tomorrow. Applausi tanti, doverosi e meritati.

Dopo quasi un’ora di lavoro sul palco, tra coreografia e strumentazione (millemila tecnici avanti e indietro, perfettamente coordinati… ma come fanno?), arrivano loro. Sono in tre, i Sigur Rós, iniziano il concerto dietro un pannello calato dall’alto. Uno schermo enorme alle loro spalle riporta immagini di nuvole e fumo, le note si levano chiare e sottili e si fanno via via più intense e forti. Restano lì, tre pezzi appena, e raggiungono il centro del palco sul finale di Sæglópur. Jònsi Birgisson è un tutt’uno con la sua chitarra, che suona con un archetto da violoncello, il basso di Georg Hólm ti colpisce dritto nello stomaco e Orri Páll Dýrason (il dio Thor, per la sua bionditudine e il bicipite selvaggio) picchia sulla batteria da far tremare il suolo. In un attimo sei dentro una foresta, voli sull’oceano, abiti una realtà virtuale, cadi dentro un altro mondo, e ti viene da piangere, da chiudere gli occhi, da desiderare che non finisca più. La voce struggente di Jónsi riempie l’aria calda, si fa liquida e si insinua negli spazi vuoti, colmandoli. Un’ora e mezza a occhi e orecchie spalancati, a chiedere sommessamente ai vicini se è vero quello che sta accadendo.

Al termine del concerto (serrato, senza discorsi o pause, se si eccettua un breve stop prima del bis) si fa fatica a tornare alla realtà, ma quella bussa, insolente, e ti ricorda che hai un impegno in sospeso. Corro, ancora stordita e sognante, acchiappo al volo (e non è tanto per dire) l’ultima navetta per Blevio e torno alla festa, per godermene almeno un pezzo ed essere presente e disponibile per il disallestimento generale. L’alba ci coglie ancora al lavoro, e si fa mattina, prima di poter andare a dormire.

20160710_215105Ma non è finita qui, ho un ultimo atto di meraviglia da consumare. È domenica, e al Parco Tittoni di Desio c’è il Salvati Da Solo #3, una rassegna musicale indipendente, che vede esibirsi molti artisti e band locali. Il compito di chiudere la kermesse spetta a Daniele Celona, a mio avviso uno dei musicisti più talentuosi dell’odierno panorama indie. Sotto il palco c’è meno gente di quella che si merita, ma lui e la band suonano in modo magistrale, senza sbavature o incertezze; Celona conquista, con l’umiltà  e la passione di chi ama davvero quello che fa, una carezza sfrontata e dolce sulla pelle e sul cuore.

Domenica notte, il weekend è finito. E già c’è aria di nostalgia. Ma luglio mi ha fatto una promessa, e so che non mi deluderà. Fortunata me.

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