Improvvise contaminazioni al Tremezzina Music Festival

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Tremezzina Music Festival, seconda puntata. Arrivare qui, dopo una giornata di poche soddisfazioni e troppo caldo, pare una giusta e meritata ricompensa. Il programma, anche questa volta, si preannuncia ricco e gustoso e la certezza che la serata non tradirà le aspettative si fa largo sui volti di tutti coloro che, numerosi, sono accorsi in questo piccolo pezzetto di paradiso.

Filippo Vignato Trio

Tocca al trombone di Filippo Vignato, accompagnato dal piano Fender Rhodes del francese Yannick Lestra e dalla batteria dell’ungherese Attila Gyarfas aprire le danze, con la sua, condivisa, «idea di musica e di un mondo senza confini, come dovrebbe essere il mondo del futuro.» Una manciata di brani, tratti da Plastic breath, disco uscito a settembre dello scorso anno, da subito riempiono l’aria circostante di note intense, capaci di ferire e curare allo stesso tempo. Il trio si espone in tutta la propria tenacia, l’improvvisazione si muove su atmosfere che trasformano i canoni jazzistici e li rinnovano, conservandone la forza. Chi si aspetta il prevedibile viene scosso e guidato altrove, verso un nuovo modo di sporcare e mettere in contatto un genere musicale con l’altro, così non è più elettronica o jazz, sperimentazione o classicismo, ma energia creativa e bellezza. Ascoltandoli, si ha l’immediata sensazione che ognuno di loro stia su un pianeta diverso, dove l’unico suoni per sé, senza badare all’altro, ma un attimo dopo sembra quasi di vederlo, oltre che di sentirlo, il disegno perfetto e senza sbavature che si cela dietro ogni brano, come se tutti i pezzi del puzzle si incastrassero contemporaneamente, svelando la figura nascosta. Un’ottima performance, salutata dal folto pubblico con entusiasmo e partecipazione, che esprime con calorosi applausi il proprio apprezzamento verso questi giovani talenti, che forse non faranno novant’anni in tre, ma hanno grinta e bravura da vendere.

Filippo Vignato

Nella breve pausa concessa per il cambio palco, il direttore del Festival Marco Zanotta presenta Edmondo Canonico e Gianni Dolci, rispettivamente presidente e vice presidente del Como Lake Jazz Club, nato negli anni Ottanta e tornato in attività quest’anno, che danno qualche anticipazione sulle prossime attività (non vi svelo nulla, ma sappiate che qualcosa di ottimo bolle in pentola) e invitano tutti (e io, per interposta persona, invito voi) a sostenere il club attraverso il tesseramento.

Baba Sissoko

Pochi minuti dopo, la magia si compie sul palco ai piedi della scalinata, e siamo tutti proiettati nel centro esatto del Mediterraneo, tra la Sardegna e il Mali. Due anime, simili e peculiari allo stesso tempo, si incontrano e parlano una lingua comune, che arriva dritta al cuore. Baba Sissoko e Antonello Salis sono in due ma sembrano un’intera orchestra, che potrebbe essere ovunque e che dovrebbe essere ovunque, su questo martoriato pianeta. E mentre il mio pensiero non può fare a meno di correre a Barcellona, colpita a morte dall’insensatezza umana, mi trovo davanti questi due uomini, simbolo di rispetto e passione, che, senza perdere di vista le proprie origini, sanno fondere armonicamente tutto ciò che di buono posseggono. Sono in due ma sembrano almeno in sette, come gli strumenti che utilizzano di volta in volta: pianoforte, tastiera, fisarmonica e percussioni per Salis, kamalengoni, tamani e batteria per Sissoko, la cui voce ha un potere evocativo senza pari. «Questa possiamo chiamarla jazz, rock o contaminazione, come preferite. Io la chiamo musica, e basta» afferma, al termine di un live dal grande impatto sonoro ed emotivo, prima di chiamare sul palco Filippo Vignato per un gran finale in grado di confermare la straordinaria caratura artistica di questi tre incredibili doni della natura.

Filippo Vignato, Antonello Salis e Baba Sissoko

Si chiude così un’altra serata delle meraviglie, e c’è già chi, come me, si prepara alla prossima. Voi state lì, mi raccomando. Il viaggio non è ancora finito.

(Foto di Edmondo Canonico)

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