Il trionfale ritorno dei Dream Syndicate

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Il loro ultimo passaggio in Lombardia risale a tre anni fa e, dal palco Steve Wynn mostrò una t – shirt contraffatta della sua band: «We finally made it!», scherzò, di fronte a quel riconoscimento tardivo. Perché i Dream Syndicate non hanno mai raccolto quanto meritavano in quegli anni Ottanta in cui il grande pubblico sembrava ascoltare tutt’altro. Un poker di album, i perfetti The days of wine and roses e Medicine show, gli apprezzabili Out of the grey e Ghost stories, due live graffianti, un paio di raccolte postume e la loro carriera si poteva considerare prematuramente conclusa. Wynn lanciato come solista con alterne fortune, gli altri dispersi, qualcuno per sempre (di Karl Precoda più nessuna traccia, Kendra Smith desaparecida dopo gli Opal). E quando qualcuno chiedeva a Steve se avesse intenzione di rimettere in piedi la vecchia band, la risposta era una sola No way. Ma nel rock non bisogna mai dire mai. E allora ecco la reunion, con il batterista Dennis Duck della prima line up, Mark Walton, che ha imbracciato il basso dal terzo disco e il nuovo Jason Victor, dai Miracle 3 di Wynn. Il risultato è stato oltre le migliori aspettative: concerti potenti, un’attenzione mediatica mancata all’epoca e perfino un ottimo nuovo disco.

È sempre Wynn con musicisti che si diverte a chiamare Dream Syndicate? Nossignori. Chi li ha visti dal vivo si è accorto che i giorni del vino e delle rose sono tornati: non solo (belle) canzoni, ma jam abrasive, poca tecnica, quasi nessun effetto, grande espressività e pezzi leggendari come John Coltrane stereo blues che tornano a eruttare dalle casse. C’era bisogno di un nuovo album, quasi trenta anni dopo? Se lo chiede anche Wynn: How did I find myself here?, come mi sono ritrovato qui? Con una copertina spartana che ha i colori sociali di un vecchio album jazz della Impulse! (l’ultima casa di Coltrane: forse il cinquantesimo anniversario della morte del jazzista gioca un suo ruolo), con questi compagni che non sono dei subalterni, ma dei pari, con una manciata di brani da incorniciare (non solo non sfigura, ma è indubbiamente superiore alle ultime pubblicazioni degli anni Ottanta), con una title – track lunga e furiosa e perfino Kendra’s dream che non è solo un omaggio alla vecchia compagna di gruppo, ma che la vede anche presente come autrice e voce (miracolo!). Non si poteva volere di più. Se ve li siete persi allora, non ripetete lo stesso errore adesso. Anche dal vivo: al circolo Magnolia di Segrate il 26 ottobre.

Biglietti a 20 euro, ingresso riservato ai soci Arci.

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