Ian Anderson: Brexit, rock e Jethro Tull… quello vero

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A dicembre del prossimo anno i Jethro Tull festeggerebbero mezzo secolo di attività. Il condizionale è d’obbligo perché Ian Anderson, il leader indiscusso della popolarissima band anglosassone, ha deciso di metterla in animazione sospesa, preferendo pubblicare album e andare in tour usando il proprio nome: «Tanti – ha detto – sono convinti che io mi chiami così, ma non è ovviamente vero. Quello è il nome di un agronomo vissuto a cavallo tra XVII e XVIII secolo, un precursore, l’inventore della prima seminatrice meccanica, insomma, un grand’uomo, ma non ha nulla a che fare con me». Eppure quel moniker, come si dice in gergo, spuntò dal nulla a causa di necessità, e rimase: «All’inizio non piacevamo e i locali in cui ci esibivamo ci dicevano espressamente di non tornare. Noi aggiravamo il problema cambiando nome. È accaduto che la sigla del momento, quando iniziammo a riscuotere i primi timidi interessi dal mondo discografico e dal pubblico, fosse quello del buon Jethro Tull». Ma Anderson, che torna a esibirsi in Italia e sarà al Festival di Villa Arconati lunedì 18 luglio (biglietti da 60 a 35 euro), non ha mai amato troppo quel nome.

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Eppure adesso Jethro Tull, quello vero, è diventato protagonista di una rock opera con le canzoni dei… Jethro Tull!
È vero. Non avevo mai preso troppe informazioni su di lui, forse anche per non farmi condizionare. Per quarant’anni mi sono esibito utilizzando quella sigla a cui tanti sono affezionati. Ero in viaggio in Italia, tra l’altro, nell’estate di due anni fa. Guardavo dal finestrino la bellezza delle vostre campagne e ho ripensato al vecchio Jethro: «Chissà come avrebbe operato in questi luoghi», mi sono chiesto. E allora mi sono messo a leggere notizie su di lui in Internet, più per sconfiggere la noia che per altro, e ho scoperto, definitivamente, che personaggio straordinario fosse. Ma non solo.
Ci sono dei paralleli?
Anche Jethro Tull ha visitato l’Italia e proprio in quesi soggiorni aveva trovato lo spunto per sperimentare alcune delle sue tecniche innovative per la coltivazione.
E cosa ha ispirato quel viaggio a Ian Anderson?
Più leggevo di lui, più mi ricordavo di canzoni che ho scritto, alcune tanti anni fa, altre anche più recenti, che sembravano adattarsi a quello che aveva vissuto e realizzato. Alla fine del viaggio avevo già compilato una lista di canzoni che parlavano della sua vita. Qualche intervento sui testi per garantire una narrazione coerente e mi sono ritrovato con un lavoro che ho definito rock opera più per convenzione che per altro.

Ian Anderson visita la tomba di Jethro Tull (1674 - 1741)

Ian Anderson visita la tomba di Jethro Tull (1674 – 1741)

Parlando di Italia, i Jethro Tull hanno un seguito formidabile nel nostro Paese, uno dei fan club più attivi e più devoti e fin dai vostri inizi avete avuto un successo straordinario che dura ancora oggi. Quali sono i motivi?
Sono lusingato, naturalmente, ma all’epoca quello fu un fenomeno collettivo. Piacevamo noi, ma anche tante altre formazioni che arrivavano dalla Gran Bretagna. Penso che fosse perché eravamo diversi, parlavamo un’altra lingua, proponevamo una cultura musicale differente. Eravamo, per certi versi, esotici e, in un clima generale in cui si stavano scoprendo le differenti realtà europee, piacevamo. A noi, d’altro canto, piaceva Pavarotti. Un uomo incredibile, ma soprattutto un artista straordinario, con una voce incomparabile che cantava in una lingua meravigliosa, ma così diversa dall’inglese, come è l’italiano. Noi dobbiamo celebrare queste differenze. Il Regno Unito ha radunato immigrati da ogni parte del mondo, dall’India, dal Pakistan, dal Bangladesh e anche la nostra musica voleva abbattere le frontiere.
A questo punto, però, viene da domandarsi cosa si sia inceppato, alla luce dei recenti sviluppi…
Ah, io non ci vedo niente di male. La democrazia è una cosa meravigliosa e dobbiamo essere grati di poterla esercitare, anche quando i risultati di un referendum che, ora, tanti dicono che non avremmo neppure dovuto fare, lasciano di stucco. Non esprimo una mia opinione su questo voto, voglio che resti un fatto privato, ma comunque possiamo porci delle domande. Siamo contenti di essere fuori dall’Europa? Non proprio. Eravamo tutti a nostro agio con Bruxelles? Assolutamente no. E perché tutto questo? Siamo in mano a banchieri avidi che stanno prendendo il sopravvento e c’è una classe politica che non ha capito che è finita un’era, che deve lasciare il passo. Ma non se ne vanno, ognuno è legato al suo ruolo.
Ma non mancheranno le criticità per questa uscita.
Intanto siamo ancora in Europa e voglio sperare che questo referendum spinga anche a cambiare le cose in meglio nell’Unione, sottolineando le insoddisfazioni. Non penso che si debba ripetere il voto immediatamente, ma non è una decisione eterna mentre adesso tutti sono nel panico. Spaventa la svalutazione della sterlina, ma in realtà io penso che in passato fosse sopravvalutata, nel vero senso della parola. Certo, chi ha dei capitali ha paura mentre, ad esempio, chi non poteva permettersi una casa ora può approfittare dei prezzi più vantaggiosi. Ci sono molti punti di vista.
Qual è il ruolo di un artista in questo caso?
Io penso a me stesso come a un pittore, a un paesaggista nella fattispecie. Quando scrivo una canzone voglio dare un’impressione generale perché ognuno possa prendere degli spunti. E poi contribuisco direttamente pagando le tasse, fino all’ultimo centesimo.

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Oggi è quasi una dichiarazione controcorrente, rivoluzionaria.
Penso che chi ha ricevuto debba restituite in proporzione e, quindi, sono anche a favore di una tassazione maggiore per chi ha redditi più alti a favore dei meno abbienti. So qual è la prossima domanda: «mr. Anderson, ma lei politicamente come si considera»? Io credo di essere un socialista pragmatico e, al contempo, un capitalista benevolo. Ma gli Stati dovrebbero intervenire anche in questo. Pagare le tasse dovrebbe essere considerata una cosa giusta, necessaria, fondamentale, chi lo fa dovrebbe essere premiato, motivato. Ma cosa posso pensare di un’Europa dove chi detta legge è Juncker, uno che ha lavorato per anni per favorire i trasferimenti di capitali in Lussemburgo eludendo i sistemi fiscali dei singoli Paesi? Credo che i politici dovrebbero essere obbligati per legge a sottoscrivere una carta etica ineludibile, una sorta di equivalente di quello che è il giuramento di Ippocrate per i medici. Chi lo infrange se ne va.
Poi c’è l’impegno sociale.
Invito tutti a visitare il sito jethrotull.com/ dove si parla della Polyphony Foundation che lavora per mettere assieme studenti di musica classica israeliani e arabi e schiera giovani musicisti mussulmani, ebrei e anche cristiani. È un’organizzazione apolitica e non profit che io sostengo.
Suonare in Europa dopo la Brexit è differente?
Ci siamo esibiti in Polonia, poche ore dopo i risultati, e per un momento abbiamo pensato che potessero esserci delle reazioni ostili, ma naturalmente non si è verificato niente di tutto questo. E anche a Parigi è stato lo stesso. I concerti difficili sono altri.
Un esempio.
Tempo fa abbiamo suonato a un raduno di biker e devo dire che questi erano molto diversi da quelli americani, che magari durante la settimana svolgono lavori normalissimi e poi si mettono in sella nei weekend. Questi erano motociclisti a tempo pieno. E prima di noi suonavano gli Steppenwolf, quelli che hanno inciso l’inno internazionale dei biker, Born to be wild e hanno chiuso con quel brano in un tripudio di clacson e sgasate. Tocca a noi. Come fare? Ho deciso di iniziare il concerto da solo, con il mandolino, riprendendo Born to be wild. Gli Hell’s Angels hanno iniziato a ridere e allora sono partite le note iniziali di Aqualung. Li avevamo in pugno. È il grande, unico potere della musica.

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