Head Carrier, il ri-ritorno dei Pixies

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Sarò sentimentalista: a parer mio solo con i loro primi due dischi hanno gettato le fondamenta di quello che sarebbe stato il sound di tutto il rock anni Novanta che ascoltato e riascoltato in questi anni. Tutti i gruppi che ho amato, tutti quelli che ascolto volentieri ancora oggi c’entrano in un modo o nell’altro con questa band. Per dire, con Surfer rosa (e Pod, il primo disco della band di Kim Deal) hanno fatto innamorare Kurt Cobain al punto da far decidere a quest’ultimo di assoldare Steve Albini per le registrazioni di In utero. Con il loro essere quasi invisibili Non ho mai visto le loro facce, tu? Eppure questo non rende la loro musica meno eccezonale!») hanno aiutato Eddie Vedder a prendere la decisione di sparire coi suoi Pearl Jam da Mtv (ok, l’ho scrtto). Cos’altro dire… Bowie! David Bowie li amava e ha pure inciso una loro cover.

L-R: Paz Lenchantin, David Lovering, Joey Santiago, Black Francis

Pixies 2016: Paz Lenchantin, David Lovering, Joey Santiago e Black Francis

Ecco, questi sono i Pixies. Senza album come Surfer rosa o Doolittle la metà delle band che ascolto e ascoltate probabilmente non esisterebbero nemmeno. Io quando si son sciolti nel 1993 ascoltavo gli 883, non ho subito alcun tipo di trauma dal loro scioglimenti, cantavo con gli amici Rotta per casa di Dio, santo cielo, e me la ridevo pure! A dirla tutta… è morto Cobain, forse il musicista che a oggi amo più di qualunque altro musicista abbia mai ascoltato e, che ve lo dico a fare. Era l’anno di Nessun rimpianto.

Però ho gioito, giuro, quando ho scoperto che nel 2014 sarebbe uscito un loro disco nuovo ero contentissimo! Li ho scoperti tardi, praticamente dopo la news della loro reunion del 2004. Seguivo in maniera spasmodica i Pearl Jam allora e mi son divorato una decina d’anni di interviste e, fra i nomi delle varie band da cui traevano ispirazione (a posteriori posso dire che nei Pearl Jam non c’è una briciola di Pixies, ma va be’, Vedder è da sempre un adulatore e un buon pubblicitario per me), sono comparsi loro, gli stessi che la rete dava per redivivi. Mi feci consigliare qualche pezzo da un amico e fu amore totale fin dal primo ascolto.

Quando uscì Indie Cindy, il pezzo che dava il titolo all’album mi piacque molto. Lo trovavo molto affascinante, sembrava la vecchia formula delle due canzoni in una alla quale ci aveva abituati il Black Francis dei primi tempi, ma alla lunga i pezzi perdevano mordente. Mi sono accorto che fondamentalmente ho guardato a questo disco con gli occhi dell’amore. Quello che all’inizio mi aveva entusiasmato alla fine mi ha deluso. La mancanza dell’apporto melodico di Kim Deal poi si sente, si sente eccome. Andai anche a vederli durante la loro unica data italiana del tour promozionale. Mi piacquero e anche molto, ma non so, anche i vecchi pezzi hanno un po’ perso spessore con un membro così cruciale assente dal palco. Il suo contributo, seppur marginale, dava comunque quel qualcosa in più a qualsiasi cosa suonassero.

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Quando ho saputo che quest’anno sarebbe uscito un loro nuovo disco, la notizia non mi ha entusiasmato più di tanto. Ho perso interesse nei confronti del nuovo materiale che questa band poteva proporre. Ascoltai per curiosità il primo singolo, Talent, e abbandonai ogni speranza. Nemmeno la notizia dell’ingresso nella band della ex A Perfect Circle/Zwan Paz Lenchantin (e chi se la scorda nel video di Judith mentre si fa lo chignon durante l’assolo di chitarra?) ha saputo farmi venire l’acqualina in bocca, ma alla fine mi sono deciso.

pixies-head-carrier01. Head carrier
02. Classic masher
03. Baal’s back
04. Might as well be gone
05. Oona
06. Talent
07. Tenement song
08. Bel esprit
09. All I think about now
10. Um chagga lagga
11. Plaster of Paris
12. All the saints

Al primissimo ascolto la primissima cosa che ha attirato la mia attenzione è che questo Head carrier, composto da una dozzina di pezzi, dura mezz’ora. I pezzi sono così così corti che pare di ascoltare i Ramones. Alla fine il resto del disco, salvo qualche eccezione, non si discosta molto dal singolo. Scorre via senza lasciar traccia di sé nella memoria a breve. Niente che faccia venir voglia di riascoltarlo. Pezzi impersonali, canzoni al limite dello scontato. Mi sto quasi costringendo ad ascoltarlo. “Quasi”, perché non fa schifo, niente affatto! Però mi hanno abituato a tutt’altro tipo di musica.

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Niente, nemmeno dopo il quinto ascolto (dura mezz’ora, già solo scrivendo questo pezzo l’ho ascoltato quattro volte di seguito) non resta nulla. Nulla a parte All I think about now, pezzo interamente cantato da Paz che resta in testa solo per un motivo: pare una rivisitazione di Gigantic – Where is my mind? che di per sé sono due pezzi che già si assomigliano fra di loro, ma ora – ta daa – hanno una sorellina nuova di zecca.

Nulla, ci hanno provato. Hanno pure cercato di rimpiazzare degnamente l’irrimpiazzabile, ma niente. Un buco nell’acqua.

C’è da dire però che dal vivo, grazie alla nuova entrata, i pezzi storici potrebbero riacquistare vigore perché, vuoi o non vuoi, Lenchantin e Deal hanno una voce molto simile.

Magra, magrissima consolazione. In tutti i sensi.

Corro a riascoltarmi Debaser, ciao!

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