Gli Afterhours conquistano Milano (di nuovo)

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Nessuna delle mie recensioni è obiettiva. Lo so, e non me ne vergogno. Il bello di non farlo di mestiere è che ci puoi scrivere tutto quello che ti passa nella pancia, più che nella testa. Quindi, a scanso di equivoci, comunico ai critici e ai detrattori dell’ultima ora che questa lo sarà meno di tutte. Perchè con loro è una ventennale promessa d’amore che si rinnova ad ogni live, a ogni disco, anche quello meno apprezzato dai cosiddetti puristi, quelli convinti che Agnelli & Co. dovrebbero proseguire sulla strada dei Sui giovani d’oggi ci scatarro su, invece di maturare come artisti e come persone (e di andare a fare i giudici nei talent show, ma questa è un’altra – dolorosa – storia). Lo scorso giovedì sera al Market Sound di Milano gli Afterhours hanno dato l’ennesima prova (come se ce ne fosse bisogno) di saper stare sul palco, costruendo un concerto dalla scaletta e dall’esecuzione pressochè impeccabili.

La prima della lista è Grande, urlata da pelle d’oca, seguita da Ti cambia il sapore e Il mio popolo si fa, tratte dall’ultimo album Folfiri o Folfox. Manuel prende parola, racconta di cerchi che necessariamente si chiudono prima di permettere l’apertura di altri, e intona una sentitissima Non voglio ritrovare il tuo nome, che commuove e incanta il pubblico presente.

E poi, eccoci: il riff di Piccola iena si diffonde nell’aria inaspettatamente, cambiando l’atmosfera e la temperatura, che si alza ulteriormente con Varanasi baby ed esplode con La vedova bianca. Io sono già afona al settimo pezzo, e mentre Padania ancora mi inumidisce gli occhi si fa strada Né pani né pesci, al termine della quale Manuel Agnelli si pianta al centro del palco, in silenzio con la chitarra in mano, richiamando l’attenzione su di sè, per colpirci a tradimento con una Male di miele da manuale. Roberto Dell’Era fa l’indemoniato di sinistra, Xabier Iriondo diventa immenso sulla destra, dietro di lui Rodrigo D’Erasmo (sospiro!) pare una visione, Fabio Rondanini (già Calibro 35) e Stefano Pilia (già Massimo Volume) non fanno certo rimpiangere i loro illustri predecessori.

Una dolcissima L’odore della giacca di mio padre lascia il posto a Sangue di Giuda, seguita da Bungee jumping, che a mio parere entra di diritto tra i pezzi più belli scritti dalla formazione milanese. Il cielo si riempie e si svuota di nuvole in continuazione, minaccia pioggia ad ogni nota, per essere il 14 luglio fa un freddo innaturale, ovunque, immagino, ma non qui. Non su questo prato, dove La sottile linea bianca ci annienta, accompagnandoci verso una folle e bellissima Costruire per distruggere, con l’incontenibile tromba stonata di Xabier. Il concerto si chiude con Fra i non viventi vivremo noi e Se io fossi il giudice, gli Afterhours escono, ma tutti sappiamo che sarà questione di pochissimi minuti.

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Al loro rientro, per il primo dei bis, Manuel scherza col pubblico, parlando di età che avanza e spalle lussate, ingannando tutti, perchè due secondi dopo inizia a roteare nell’aria il cavo del microfono a velocità disumana. Questo è il segnale che tutti aspettavano: La verità che ricordavo infiamma la folla, Riprendere Berlino ci riporta agli antichi fasti di dieci anni fa e Strategie diventa un canto collettivo e liberatorio.

Manuel resta solo sul palco con la chitarra, ed esegue Pop in chiave acustica, raccontando «Circa 20 anni fa ho scritto questo pezzo, davvero non potevo immaginare cosa volesse dire, adesso lo so». Raggiunto dal resto del gruppo esegue Non è per sempre, poi esce di nuovo, mentre una signorina invasata (che non sono io) tra il pubblico grida manco fosse KUWANYAMTIWA («bel tasso oltre la collina» in lingua Hopi, se ve lo steste chiedendo).

Il secondo bis parte con Quello che non c’è, alla quale sono particolarmente legata (ne porto tatuata addosso una frase, che non abbia mai a dimenticarmene) e che mi emoziona sempre parecchio. Manuel ringrazia, in particolar modo tutti i tecnici «che mi hanno sopportato, perchè si sa, io ho un carattere di merda», tentando di nominarli uno per uno, aggiungendo un oxfordiano «l’abbiamo messo in culo al tempo» rivolto al cielo. È il finale per davvero stavolta, o quasi. Bianca (una delle canzoni d’amore più belle mai scritte, per nulla obiettivamente parlando) ci prende per mano e ci porta al capolinea, a quella straordinaria Bye bye Bombay che si chiude in un delirio di suoni e volumi.

Si va via contenti e a cuor leggero, come essersi tolti il peso del sospetto e del tradimento, come essersi levati la paura della delusione. Gli Afterhours sanno ancora stupire, far innamorare, divertire, incatenare alle note e alle parole. Meno male. E bentornati, amici miei.

Ah, dimenticavo, stavolta ho anche l’aneddoto. Arrivando, ho parcheggiato strettissima accanto a un furgone, immaginando gli insulti dei proprietari dello stesso all’atto di salire. Non ho nemmeno formulato il pensiero che sono arrivati. E chi potevano mai essere? Esatto, loro. Mi sono sfilati davanti uno per uno, accalcandosi e infilandosi a fatica nel breve spazio dello sportello, mentre io mi facevo piccola piccola nell’abitacolo per non farmi vedere.

Che figuraccia.

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