Gli Acrobati di Daniele Silvestri deliziano il Carroponte

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Sul Carroponte a Milano stasera tira un venticello beffardo, che scompiglia le comande al bancone delle bruschette e alza le zip delle giacche, mentre sopra di noi il cielo è così terso da fare male agli occhi.

Daniele e i suoi salgono sul palco con qualche minuto di ritardo, colpa (e merito) della lunga fila di gente in attesa di entrare, come lo stesso Silvestri dirà in seguito. Sono in sette sul palco oltre a lui, Piero Monterisi alla batteria, Gianluca Misiti alle tastiere, Gabriele Lazzarotti al basso, Duilio Galioto alle tastiere, Sebastiano De Gennaro alle percussioni e al vibrafono, Daniele Fiaschi alle chitarre, Marco Santoro al fagotto, alla tromba e ai cori, la stessa formazione che lo ha accompagnato in tutti i teatri d’Italia per il Tour invernale di Acrobati. Si conoscono bene, questi otto elementi, lo si deduce dalle prime note di Marzo 3039, al termine della quale Daniele ci dà il benvenuto nella loro nuova dimora con La mia casa, brano di un’attualità e di una potenza straordinarie. È il turno di Alibi e Pochi giorni, che nell’ultimo disco vede la collaborazione di Diodato, seguita da Me fece male a chepa, contenuta ne Il dado, album del 1996. Un viaggio tra presente e passato, che passa per Amore mio e per una semisconosciuta Ad esempio in Sierra Leone, presente nel disco collettivo Canzoni per loro del 2008, parte del progetto Adotta un disegno di Emergency. Strade di Francia nasconde una certa malinconia, che si disperde con Ma che discorsi e Le cose in comune; Daniele scherza con il pubblico, annunciando un pezzo «che non ci viene mai bene dal vivo, quindi usiamo i concerti per esercitarci» mentre le note iniziali di Sempre di domenica già riempiono gli spazi.

IMG-20160716-WA0012Presenta i suoi, li presenta spesso e a più riprese, ringraziandoli per la presenza, la pazienza e la bravura, esegue un’accorata Precario è il mondo (e questa, chissà perché, ce la sentiamo proprio tutti cucita addosso) e, con l’immagine di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino dietro le spalle canta L’appello, al termine della quale rivolge un pensiero «agli unici veri eroi del nostro tempo». Il pubblico sventola foglietti rossi, a ricordo di quella famosa agenda scomparsa nel nulla, mentre Silvestri ricorda (ironicamente polemico, com’è nel suo stile) quali dovrebbero essere i doveri di uno stato democratico. L’atmosfera cambia con Un altro bicchiere, ugualmente intensa anche senza la presenza di Roberto Dell’Era, e diventa rarefatta con la splendida Acrobati, che strappa un lunghissimo applauso. Il mio nemico si srotola tra le immagini del corto animato del video ufficiale, accompagnata dal battito di mani della folla, poi tutto cambia di nuovo. Daniele dice «Non è che può seguirmi in tutte le date, ma la tecnologia ci dà una grande mano» e, prima di scendere per pochi minuti dal palco, attacca La guerra del sale, nella quale un immenso (e virtuale) Caparezza appare sullo schermo, rendendo questo pezzo una piccola chicca.

Nel buio, la voce di Nada Spano, classe 1916, una delle pochissime donne nominate nella Consulta nazionale che tra i compiti aveva anche quello di preparare le elezioni, ricorda la prima volta delle donne al voto nel 1946; le idee di giustizia sociale di Enrico Berlinguer e le lotte per l’uguaglianza delle unioni civili anticipano A bocca chiusa, una delle canzoni più significative del lato militante di Silvestri, da sempre, e in modo cristallino, schierato politicamente a sinistra. Al suo ritorno sul palco dice di aver avuto, dietro le quinte, la notizia di «un colpo di stato in Turchia», ma non vuole sbilanciarsi, in attesa di notizie più chiare, quindi, e quasi fosse il destino, dà il via ad un’amara A dispetto dei pronostici.

IMG-20160716-WA0013Questa volta a comparire sullo schermo alle sue spalle sono «Gli amichetti, che mi mancano un po’, lo ammetto», Niccolò Fabi e Max Gazzè, ed è la volta di Life is sweet, che vede Daniele incespicare su una strofa («Mia, tra l’altro, ma si può?») e riprendersi immediatamente con un sorriso sornione dei suoi, ai quali perdoneresti (quasi) tutto. Gino e l’alfetta ha su di me sempre un effetto travolgente, perchè non posso prescindere dall’ascoltarla senza ricordare il video (ve ne ho già parlato, quello con Mastandrea e Liotti che mi manda a male ogni volta) e Salirò è una leziosa e irrinunciabile tappa danzereccia (anche se io ne avrei fatto volentieri a meno, ma tant’è).

Questa volta escono tutti, il bis è in arrivo. Tre sono i pezzi, come un copione di successo già scritto. L’autostrada, nobile e romantica, Testardo, cialtrona e divertente, e Cohiba, gigantesca e carica di energia chiudono un concerto di due ore e mezza, ma c’è ancora il tempo di buttarla in caciara.

IMG-20160716-WA0018Gli otto protagonisti si affollano dietro batteria e percussioni («Vado a divertirmi un po’», dichiara Daniele) e pestano duro, si lanciano bacchette, si rincorrono con frenesia ritmica e una buona dose di sana pazzia fino alla fine, finchè non tornano al centro del palco, e sono grandi abbracci, come si faceva da bambini quando si segnava un gol all’oratorio, quasi a dimenticarsi del pubblico urlante alle loro spalle. È questo che conquista definitivamente i presenti: il lavoro di squadra, l’umiltà nel riconoscere il valore altrui, questo Daniele Silvestri che è quello che è anche e soprattutto per il team che lo affianca.

«Grazie per averci regalato un pezzetto della vostra vita, stasera», sono le ultime parole di questo adorabile romanaccio dagli occhi buoni, prima degli inchini e del congedo finale.

Grazie a voi, di cuore. Perchè in giorni come i nostri, la fame è tanta e la Bellezza sembra non essere mai abbastanza. Ogni pezzetto è così prezioso da dover essere conservato con infinita cura. Dovremmo imparare a farlo tutti.

 

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