Glen Hansard, concerto strepitoso al Carroponte

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È difficile recensire in modo obiettivo qualcosa che ti ha conquistato a tal punto da portarne i segni addosso, ed è anche una fatica inutile, soprattutto dopo una certa ora. Quindi non sarò obiettiva nè super partes, ma esordirò esattamente come avrei voluto: Glen Hansard è un figo pazzesco.

Quarantasei anni, capello rosso irlandese, talento innato, spirito goliardico e giusta cialtroneria fanno di lui un artista straordinario, capace allo stesso tempo di incantare e coinvolgere, stupire ed emozionare, commuovere e divertire. Arriva sul palco del Carroponte (quello piccolo, che sia mai che per una volta si conceda lo spazio proporzionato alla caratura del musicista, per la miseria) perfettamente puntuale, ammicca al pubblico e apre il concerto con You will become, brano tratto da Rhythm and repose, il suo primo album da solistaProsegue con Winning streak e My little ruin, che anticipano la bellissima When your mind’s made up, un pezzo gigantesco, parte della colonna sonora del film Once (la scena nello studio di registrazione, il fonico incredulo davanti a tanta potenza sonora, io che piango come una fontana e canto tra i singhiozzi, giusto per darvi un’idea).

20160629_001604È un fiume in piena, Glen, parla e scherza col pubblico, infila, una dopo l’altra, Bird of sorrow, ReturnAstral weeks (cover di Van Morrison), Come away to the water, Talking with the wolves e Paying my way, saltellando avanti e indietro negli anni della sua produzione musicale.

Sul palco accanto a lui un numero impressionante di musicisti, una vera e propria orchestra, tre fiati, tre archi, piano, batteria, basso e chitarra, tutti dannatamente bravi e sufficientemente fuori di testa da assecondare le adorabili follie del leader, che coinvolge il pubblico nella suggestiva McCormack’s wall e lo fa ballare con Lowly deserter, incitandolo nelle risposte su Way back in the way back when.

E che dire di un siparietto partito da un’estemporanea I believe I can fly e da un’improbabile I will survive che, invece, si trasforma in una versione irresistibile e torrenziale, con Glen che canta e suona di sbieco per mostrarne gli accordi ai musicisti.

La sensazione è quella di essere altrove, e mi scopro a spiare il cielo di tanto in tanto, mentre arrivano, travolgenti, Didn’t he ramble, wedding ring, This gift e Fitzcarraldo, che anticipano il bis. La band esce, e pochissimi minuti dopo rientra Glen, da solo, imbraccia la chitarra, esegue, unendole, Say it to me now e Stay the road, e chiude la triade con Falling slowly, che strappa lunghi sospiri alla folla. È la chiusura, il gruppo si ricostituisce sul palco e, prima del gran finale, c’è ancora spazio per Baby don’t do it, seconda cover della serata firmata Marvin Gaye dopo un’altrettanto intensa My mistake (Was to love you). Spetta ad una sontuosa Her mercy il compito di congedare il pubblico, che applaude a lungo un Glen Hansard sorridente e soddisfatto, pieno di parole di gratitudine e gioia.

Ma non è ancora finita. Perchè dopo pochi minuti irish man e soci escono dai camerini, raggiungono il centro del prato e improvvisano Passing through in mezzo alla gente rimasta, invitandola a cantare insieme a loro. Poi, come se non bastasse, il clan Hansard parte, armato di birre e faccia tosta (e noi dietro, come i topi appresso al pifferaio di Hamelin), va all’arrembaggio e sale sul palco principale, eseguendo The auld triangle a cappella, ultimo atto di un concerto davvero da ricordare.

La folla si disperde, domani lavoro, casa, famiglia, soldi, rotture. Magari, però, con un pezzettino di bellezza in più, che non basta, ma aiuta. Come la famosa caramella.

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