Giovane guida al giovane Bowie: Space Oddity

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Per quelli della mia generazione in poi, l’approccio a David Bowie poteva avvenire quasi esclusivamente in due modi: o grazie a un genitore appassionato di musica (assoltamente non il mio caso) o per lo più grazie alla potenzialità di alcuni pezzi che negli anni sono stati usati per campagne pubblicitarie o sigle TV.

Io per esempio, ho conosciuto Heroes grazie a questo spot che nel 2003 passava un milione di volte al giorno. Come son riuscito a non odiare questo pezzo? Non ne ho idea, ma ci sono riuscito.

Tutto questo per agganciarmi a quello di cui vorrei parlare in questo post.
Pubblicato nel ’69, inizialmente come disco omonimo, ma successivamente ristampato prima come Man of words / Man of music e poi ancora come Space oddity, il secondo lavoro di Bowie contiene in apertura una delle mie canzoni preferite di sempre. Se ho iniziato ad apprezzare e successivamente ad amare i suoi dischi è proprio grazie a Space oddity e caso vuole sia uno dei suoi pezzi – se non IL pezzo – più famosi e, oltre alla sua indiscutibile bellezza, gran parte del merito va attribuita a tutte le associazioni televisive e non inerenti ad eventi, documentari o film dove il tema principale è lo spazio. È impossibile non imbattersi almeno una volta nella vita in qualche servizio TV in cui si parla di missioni spaziali o qualsiasi altra cosa inerente e non sentire questa canzone come sottofondo.

È forse uno dei primi testi in inglese per i quali abbia mostrato interesse. Da ragazzino mi appassionavo alla musica, alla melodia e alla fonetica delle canzoni straniere, ma Space oddity è una delle prime canzoni per le quali mi sia impegnato a leggerne il testo, cercando in qualche modo di tradurla per rimanerne dapprima affascinato e in seguito angosciato. Amore totale.

Il resto del disco poi, pare sia stato scritto, composto e cantato da un autore che col precedente lavoro in studio non aveva nulla a che fare. Quel che sorprende ascoltando queste nove tracce (nella vesione in CD ristampata nel 2015 sono nove anziché le dieci le canzoni attribuite al disco perché la quarta traccia, (Don’t sit down), è incorporata alla fine di Unwashed and somewhat slightly dazed) è quanto all’avanguardia fossero i testi, gli arrangiamenti e l’aria che si respira al suo interno.

81fEE9ZL2pL._SL1300_1. Space oddity
2. Unwashed and somewhat slightly dazed / (Don’t sit down)
3. Letter to Hermione
4. Cygnet committee
5. Janine
6. An occasional dream
7. Wild eyed boy from freecloud
8. God knows I’m good
9. Memory of a free festival

Tra i pezzi che preferisco all’interno di questo disco spiccano Letter to Hermione, canzone/lettera scritta all’ex compagna, e la bellissima (e lunga) Cygnet committee. Assieme a The Velvet Underground, uno dei miei dischi preferiti, fra più belli ed influenti pubblicati nel ’69. Altro che Abbey Ro… ehm.

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