Garland Jeffreys, vita e musica contro il razzismo

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«I’m black and I’m proud». Garland Jeffreys ha conquistato tutti lunedì nella serata organizzata All’Unaetrentacinquecirca di Cantù per l’appuntamento di Storie di cortile, Il colore della pelle nella storia del rock. Viaggio musicale tra le più belle canzoni contro il razzismo. E non poteva che conquistare il pubblico accorso numeroso, nonostante la pioggia, per salutare la tappa italiana dell’artista di New York, anzi, per essere precisi, di Brooklyn: «I come from Brooklyn, New York City», scandisce dal palco un Garland mattatore che, in mezzo al pubblico, sembra un ragazzino pieno di energia.

Garland Jeffreys e Alice Marini

Energia che sprizza da tutti i pori anche quando parla di una «brutta bestia», il razzismo che, fin da piccolo, gli ha dato filo da torcere e che è diventato il fil rouge di tutta la sua opera. A partire da Don’t call me buckwheat, uno dei suoi pezzi più sentiti. Buckwheat, grano saraceno, un epiteto poco carino usato dai bianchi per chiamare i neri americani. Un’America razzista che a Jeffreys non va giù e che lo porterà a sviluppare tutta la sua opera con un chiodo fisso in testa: cantare il razzismo per distruggerlo. E inizia qui una grande carriera dove le discriminazioni razziali sono cantate, suonate e raccontate in tutti i loro (bui) aspetti. Jeffreys, un artista che più impegnato di così non si può e che a Cantù, dialogando con Alessio Brunialti, ha raccontato la sua amicizia, da piccolo, con un bambino italiano a Brooklyn, in un mix di colori, background, culture, insomma quello che dovrebbe essere un mondo “sano”.

Mauro Ottolini e Garland Jeffreys

E la musica per Jeffreys è il modo per riportare un po’ di “sanità” in questo mondo. Musica che a Cantù lunedì ha emozionato, in un viaggio di note contro il razzismo, con un Jeffreys in gran forma sul palco accompagnato da una band di eccezione, quella del trombonista jazz Mauro Ottolini, e da un artista, anche lui d’eccezione, il canadese Bocephus King.

Con Bocephus King: un dream team sul palco

Un dream team che ha accompagnato Jeffreys in un viaggio che ha emozionato, fatto cantare e applaudire di gusto il pubblico canturino. E sul palco è arrivato un po’ di tutto, dalla musica di Bob Marley con Three little birds – Marley che Jeffreys ha ricordato con molta emozione, un «good friend» ha detto – fino alla musica di Paolo Conte con Via con me tradotta in inglese da Bocephus. Una serata speciale per dire no al razzismo: è «ugly» il razzismo, dice Jeffreys. Insomma, una brutta storia che solo la musica può cambiare.

(Foto di Roberto Sasso)

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