Garland e Bocephus, canzoni contro il razzismo

garland-e-bocephus-canzoni-contro-il-razzismo
0 834

Buckwheat, in inglese, è il termine che indica il grano saraceno, quello più scuro di altre tipologie. Buckwheat, in gergo, è un epiteto non troppo gentile all’indirizzo degli africani dalla pigmentazione più chiara. Don’t call me buckwheat è il titolo di uno storico, bellissimo album di Garland Jeffreys, che contiene canzoni esplicite fin dai titoli: Welcome to the world. Color line, Racial repertoire e Spanish blood, per non citarne che alcune. Ed è proprio per partecipare a una serata della fortunata rassegna Storie di cortile che questo straordinario artista nativo di Brooklyn e di discendenza afroamericana, portoricana e europea, torna in Italia, a Cantù, lunedì 26 giugno alle 21, All’Unaetrentacinquecirca in via Papa Giovanni XXIII 7 (non Cortile de la Cantürina, dove era inizialmente previsto, per il preannunciato maltempo). Alle 20 aperitivo e degustazione di prodotti Fior Fiore Coop). Il tema è Il colore della pelle nella storia del rock. Viaggio musicale tra le più belle canzoni contro il razzismo e sarà della partita un altro grande musicista che visita, ancora una volta, quella che è ormai la sua città d’adozione: il canadese Bocephus King. Al loro fianco un grande jazzista italiano, il trombonista Mauro Ottolini con la sua band. Guidati da Alessio Brunialti, i musicisti parleranno e, naturalmente, interpreteranno canzoni che pongono al centro la questione razziale.

Bocephus King

Sarà un incontro che mescolerà musica e parole e sarebbero tante le cose da dire su un tema così spinoso. Basti pensare che alcune delle più belle canzoni americane dell’Ottocento, quelle di cui in tanti ancora oggi conosciamo le melodie, magari senza conoscerne i titoli, erano corroborate versi dallo spirito sottilmente razzista, perché negli Stati Uniti che praticavano con disinvoltura lo schiavismo, almeno fino alla svolta di Lincoln e alla conseguente Guerra civile (che, come sappiamo non risolse la questione), si mescolavano sentimenti contrastanti nei confronti di questi uomini dalla pelle scura, importati a forza nel Grande paese per essere impiegati nei lavori più umili, trattati come delle cose. Bisogna attendere l’avvento dei dischi, delle prime incisioni blues per ritrovare tracce della coscienza di un popolo tenuto soggiogato per troppi anni.

Mauro Ottolini (foto di Roberto Cifarelli)

Le lotte per i diritti civili che si intensificano a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta e conoscono momenti di esaltazione, ma anche tragici punti di arresto (con gli assassinii di Malcolm X e Martin Luther King), vedono un fiorire di canzoni “di protesta”, spesso scritte da bianchi come Bob Dylan e Phil Ochs, vicini alla causa. Ma il problema, negli Usa (e non solo negli Usa) è tutt’altro che risolto. Razzismo e xenofobia attraversano la società contemporanea minando le basi della convivenza pacifica e concimano un terreno, fortunatamente non troppo fertile, da cui germogliano i semi dei contrasti che alimentano i conflitti della nostra quotidianità. Bastano le canzoni? No, certo che no, ma le canzoni possono, comunque, spingere a riflettere. Lo sa bene Jeffreys che ha, da poco, pubblicato un nuovo, bellissimo album, 14 steps to Harlem, e che ha trascorso la vita sposando musica e impegno.

Lascia un commento