Fire! Arthur Brown brucia Erba

Fire! Arthur Brown brucia Erba
0 999

«Did Arthur get fired?» si chiedeva Alan Parsons nel 1987 sulle note di copertina della riedizione del primo album Tales Of mystery and imagination, riferendosi al cantante inglese Arthur Brown – il migliore in assoluto, venerdì scorso alla Fiera internazionale della musica di Erba – che nel lontano ’76 era apparso nel brano The tell – tale heart, ispirato, come il resto del disco, ai racconti di Edgar Allan Poe. La rassegna di LarioFiere ha goduto della sfolgorante esibizione di uno di quei pilastri della musica popolare per i quali basta una canzone o poco più per assurgere a leggenda vivente. Il pezzo in questione è ovviamente Fire, ed ecco spiegato cosa intendeva Parsons (“fired” può voler dire sia infuocato che licenziato), contenuto nell’lp The Crazy World of Arthur Brown, che il bizzarro artista pubblicò quarantanove anni fa sotto l’egida del suo scopritore, Pete Townshend degli Who.

The Crazy World of Arthur Brown, versione 2017

Un disco che quasi tutti i fan a Erba avevano in mano, in procinto di conoscere di persona un artista tutt’altro che licenziato o bruciato, in piena forma e nient’affatto demoniaco, ma estremamente gioviale e simpatico. Il Crazy World era uno stranissimo connubio di art – rock, soul, fantascienza e racconti gotici, filtrato in chiave psichedelica com’era allora buono e giusto fare, suggellato da una potentissima voce, sorta di incrocio “spaziale” tra Tom Jones e James Brown – alzi la mano colui che, ignorando chi fosse Arthur Brown, all’ascolto di The tell – tale heart non ha pensato a un cantante di colore – abbinata a una presenza incendiaria. Letteralmente, poiché il cantante era solito sfoggiare oltre a una pesante truccatura anche speciali elmetti che dava alle fiamme nei momenti più topici, facendogli rischiare più volte di ustionarsi, e gli era persino costato un fermo di polizia lo spogliarello improvvisato in un concerto siciliano (Arthur Brown nell’Italia di fine anni Sessanta equivale a uno Space Shuttle in un villaggio medievale).

Angel Fallon si lascia abbracciare da The god of hellfire

Alla Fim si incomincia verso le 23 con Overture / Nightmare, che apre il disco del 1968, poi Devil’s grip, tra le primissime cose a nome Crazy World Of Arthur Brown e – incredibile – la splendida Kites, soave ballata ammantata di mellotron pubblicata nel 1967 da Simon Dupree & The Big Sound, i futuri Gentle Giant. LarioFiere si esalta con I put a spell on you, standard r’n’b di Screaming Jay Hawkins reso proprio da Arthur e, assieme a Fire, probabilmente il suo brano più famoso. Dal sottovalutato album Journey (1973), uscito a nome Kingdom Come, il gruppo con cui il cantante ha proseguito le attività, proviene Gypsy, composizione cosmicheggiante che suona molto Hawkwind, ovvero la band space – rock con cui non a caso l’artista in varie occasioni ha condiviso palchi e brani. Ammantato da costumi che farebbero invidia a Rick Wakeman e con una truccatura che rivela da chi si ispirassero i signori Fish dei Marillion, Lino Vairetti degli Osanna, Nick Turner degli Hawkwind, Alice Cooper, King Diamond, i Gong, i Kiss e molti altri che han fatto della presenza scenica un cavallo di battaglia, Arthur incanta con Touched by all, poi con Time captives, anch’essa da Journey, in originale uno dei primissimi impieghi di drum machine, e Sunrise, dal disco dei Kingdom Come Galactic zoo dossier.

Niente spazio per Fire poem: «We got only five minutes left» spiega Arthur, confermando ahimé il sospetto dei tempi ristretti riservati alla band dall’organizzazione erbese. E Fire sia! Il bagno di folla Arthur, quasi settantacinquenne ma solo sui documenti, se lo gode tra fan trentenni con relativi telefonini, ma la magia è tale nel 2017 come nel ’68. Adoratori giovani, come lo sono gli eccelsi musicisti che con Arthur condividono truccature e pittoreschi abbigliamenti: Helen Durden (chitarra), Jevon Beaumont (basso), Robin O’Keefe (batteria), l’organista Matthew Gest, che continua a suonare la tastiera anche quando Arthur gliela ruba e la fa volteggiare, e la ballerina Angel Fallon, che a tratti ha ricordato la collega Julie Murray ai concerti degli Hawkwind di qualche tempo fa.

Arthur Brown ruba la tastiera a un imperturbabile Matthew Gest

Impossibile lasciare i fan dopo Fire e difatti tocca a Spirit of joy, ancora da Journey, chiudere definitivamente la serata. Niente elmetti infuocati e niente Tell – tale heart, già citato pezzo di Alan Parsons che, con più tempo a disposizione, Arthur avrebbe eseguito come in altre date del tour, né Eyesight to the blind, brano di Tommy degli Who, in cui il nostro canta solo qualche battuta nella versione cinematografica, apparendo pochi istanti ma quanto basta per rubare la scena a Eric Clapton e agli stessi Who. Va comunque benissimo così. C’è ancora tanta buona musica, là fuori.

Arthur Brown indica là fuori

Lascia un commento