Ezio Bosso, il coraggio nella musica: sold out anche a Lugano

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Mai visto Sanremo e me ne sono sempre fatta un vanto. Quindi, diciamolo, al Sociale, a sentire e vedere Ezio Bosso, ci sono andata con una certa dose di curiosità e di scetticismo. Oserei dire anche un po’ perplessa per questo tutto esaurito. Beh, ovviamente, prima di comparire in tv in versione nazional-popolare, prima della sua spaventosa malattia, questo ottimo maestro Bosso, che pure vanta un lungo curriculum internazionale di tutto rispetto, non se lo sarebbe filato quasi nessuno qui in città. E invece, ieri, teatro pieno e finale con standing ovation! Insomma, un enorme entusiasmo per un repertorio tutto sommato semplice, un’esecuzione non eccelsa, ovviamente nei limiti delle possibilità fisiche. Il dubbio che in tutto questo show ci fosse una patina d’ipocrisia, devo ammetterlo, era ben presente nella mia testolina cinica.
Ma. Ecco il mio grande ma. Sì, perchè, alla fine, Ezio Bosso mi ha vinta completamente. Il suo desiderio di esprimersi con forza, nonostante le difficoltà enormi, non può certo lasciare indifferenti, questo è naturale. Però c’è di più. Innanzitutto le sue grandi doti di comunicatore, di divulgatore. Con parole semplici e divertenti, pronunciate con sforzo evidente e quindi, a maggior ragione, scelte con cura, riesce a far breccia in un pubblico quanto mai vario. Si esprime con grande entusiasmo, con onestà. Dicendo quello che, certo, tutti noi già sappiamo; niente di trascendentale, niente di geniale, ma forse proprio quello che, più spesso, abbiamo bisogno di ricordare. Lo ha ribadito più volte anche al Teatro Sociale: è così facile dimenticare le cose belle, quelle vere, quelle importanti, come il rapimento del momento presente, il perdersi nello stupore per le piccole cose. Ci viene più naturale concentrarci sulle cose che non vanno. Certo, frasi come «Ogni problema è un’occasione», oppure «Un sorriso avvicina più che cento passi», mi hanno immediatamente strappato una smorfia, evocata dalla filosofia spiccia modello baci Perugina. Se non che, queste cose scontate Ezio Bosso è uno che le vive davvero. E allora non sono banalità e demagogia: sono coerenza e coraggio.

Foto di Carlo Pozzoni

Foto di Carlo Pozzoni

La ripetizione di note, di forme ritmiche, di idee dapprima esplorate e poi applicate lungo tutta l’estensione del suo compagno Steinway, caratterizzano la serata. È una musica fatta di pochi ingredienti, un po’ maniaco – compulsivi, come dice lui prendendosi in giro: ripetizioni, ciclicità, essenzialità, forti contrasti. E con queste pennellate minimaliste, Bosso riesce a evocare paesaggi interiori disarmanti, luminosi, definiti. La musica diviene tramite di un sentire universale, richiama elementi archetipici, porta in superficie ricordi sepolti di piccole cose, come bottoni e pulviscolo, e al contempo di grandi battaglie interiori. Perdendosi nelle stanze, affiora spontaneamente una parte di noi, che ci riconnette al subconscio, come in un sogno.
Forse ci ho messo un po’ troppo del mio, ma ho trovato molti punti di contatto tra il materiale sonoro di The 12th room e gli studi di arpaterapia che sto seguendo al momento. Ho letto, dopo aver partecipato al concerto, che il maestro Bosso, dopo la grave malattia, ha dovuto imparare di nuovo a parlare e a suonare, perché, pur ricordandosi la musica, ne aveva dimenticato il senso. Mi è sembrato di riconoscere, in questo lavoro, l’intento, oltre che comunicativo, anche terapeutico di creare un paesaggio sonoro che riconduca a noi stessi, un luogo familiare. E contemporaneamente, di ispirare il senso di qualcosa di più grande e condiviso, come l’avventura della vita, con le sue luci e le sue ombre. Musica quindi che non ha solo l’obiettivo di descrivere un situazione, o di far sfoggio di bravura, ma la precisa volontà di narrare una storia che possa guarire l’anima.

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