Eravamo 4 amici a Mika…

eravamo-4-amici-a-mika
0 994

Dice un vecchio adagio: tira più un falsetto di Mika che un carro di buoi. Lo sanno bene le quattromila anime che martedì sera hanno invaso i giardini di villa Erba a Cernobbio per assistere alla chiusura del tour del figaccione libanese. Perchè è un figaccione, Mika, c’è poco da fare. Faccina pulita, bel sorriso, modi da lord inglese, non un tatuaggio, un eccesso, un piercing fuori posto. Anche le parolacce dette da lui suonano meno volgari. Ha un personalino asciutto e tonico, il capello sbarazzino e quello sguardo un po’ sognante che fa sospirare. Pare uscito da un musical, uno di quelli con Fred Astaire e Ginger Rogers, dove talento, eleganza e buon gusto hanno goduto di massimo splendore.

Ma non è lui, il vero protagonista di questo racconto. I mattatori della mia serata sono loro, i miei vicini di ascella durante questo live: Pannocchia, Riccia, Uovo e Salama. Quattro spensierati cinquantenni con licenza di smartphone dalla simpatia prorompente, che, sgomitando a manca e a destra, capitano drammaticamente accanto a me.

Cernobbio concerto Mika a Villa Erba

Per non svelarvi tutto subito, però, sarà bene procedere con ordine. Ore 21 e qualcosa, Mika, camicia e pantaloni candidi sotto un gilet con gli alamari, fa il suo ingresso sul palco, dice «Buonasera» e Pannocchia ha il primo cedimento alle giunture, accompagnato da un grido di gioia e da un rimprovero secco a tutte le adolescenti che vogliono immortalare questo istante con il cellulare. «Questa sera sarà diverso, è l’ultimo concerto in Italia prima di un nuovo capitolo, quindi le formalità non sono importanti» continua Mika, scherzando sul fatto che quella alle sue spalle è la sua casa, nella quale ci dà il benvenuto, prima di intonare Step with me. Il prato è pieno di famiglie, bambini, ragazzi e ragazze, madri e figli, figlie e padri (alcuni di questi ultimi con il loro ineluttabile destino dipinto in volto), ogni momento, ogni francobollo di quello che accade al centro della scena viene ripreso, fermato, registrato, inviato, spedito, condiviso, archiviato, chattato, memorizzato, senza tregua né soluzione di continuità.

Cernobbio concerto Mika a Villa Erba

Una Big girl iniziata al piano e conclusa con l’intervento di tutti i musicisti (bravissimi, non c’è che dire, e pure bellini, nella loro mise bianco latte) precede Talk about you, nella quale un accenno di Sarà perchè ti amo dei Ricchi e Poveri manda in visibilio (e non è tanto per dire) il pubblico presente. Nel frattempo, Il funambolico quartetto è in preda alle comunicazioni in modalità mercato del pesce, e si gridano l’un l’altro la qualità della foto appena scattata, consigliandosi sull’uso di chissà quale portentosa opzione dell’infernale oggetto telefonico.

Mika siede al pianoforte e racconta di un viaggio fatto con la sua numerosa famiglia per i suoi 30 anni: «Sono partito con i miei fratelli, i  loro figli, i fidanzati, la nonna un po’ difficile, la tata per la nonna, l’autista per la nonna perchè nessuno voleva stare con lei, le zie, i cugini…. eravamo in ventitrè, ci siamo fermati prima in Piemonte, poi come i barbarici  siamo arrivati a Villa D’Este. Volevamo essere molto chic, ma in ventitrè non è facile: a un certo punto ho deciso di prendere una barca, caricarli tutti e fare un giro sul lago, ma dopo aver visto la casa di George Clooney e di Star wars non sapevo che fare, allora ho pensato di nuotare da una sponda all’altra del lago. Ho nuotato per tre ore, poi ho vomitato tutta la notte».

Al termine si lancia in una versione deliziosa di Grace Kelly, seguita da Blame it on the girl e Good Guys, sulla quale i presenti sfoderano centinaia di stelline gialle di carta, che poi lanciano sul palco, cantando a squarciagola il ritornello della canzone. Dopo la nacchere di Boum Boum Boum, brano in francese uscito nell’estate del 2014, il parterre esplode con Relax, take it easy, e la bravissima corista, chiamata sul proscenio da Mika, viene riconosciuta come Skin da un ragazzo poco lontano da me, che grida al miracolo manco fossimo a Lourdes (che poi, non è che tutte quelle che cantano, sono di colore e hanno i capelli rasati sono Skin, così come non tutti i cinesi bassi e mori sono Jackie Chan). Uovo si lamenta del caldo e, sull’introduzione di piano di una sentitissima No place in Heaven, accenna ad una fastidiosa quanto inopportuna Certe notti di Ligabue, scatenando in me un silenzioso e devastante istinto omicida e in Riccia risate da convulsione (che ovviamente condivide con Salama, dietro di me, perchè  i geni non stanno tutti insieme nello stesso posto, ma si sono separati, per rendere il loro e il nostro soggiorno più piacevole). Mentre valuto il da farsi (punto primo, mai lasciare testimoni) sono colpita dall’intensità di Happy ending, dall’incredibile capacità di questo artista nel modulare la voce, salendo e scendendo dalle scale armoniche, dalla sua straordinaria presenza scenica e dall’entusiasmo con il quale coinvolge il pubblico. Cerco di ignorare Pannocchia e i suoi tentativi di girare un video saltando (sui miei piedi, ovviamente), così come i famigerati palloni gonfiabili che iniziano a rimbalzare sul pubblico e mi concentro su Staring at the sun (e la pubblicità della Tre con quel manzo mai più finito di Raoul Bova), accompagnata da lancio di coriandoli e palloncini bianchi dal cuore rosso con al centro una M candida (ci saranno un migliaio di bandierine con lo stesso logo, palloncini a forma di cuori, fasce colorate, fogli A4 con scritte in pennarello tipo CIAO o TI VOGLIO BENE).

Cernobbio concerto Mika a Villa Erba

Pannocchia si lamenta con Salama e chiede persino l’intervento di Uovo, non capacitandosi del perchè il video sopracitato sia venuto così mosso, Mika chiama a raccolta i suoi intorno al pianoforte, che tengono il tempo sullo strumento con un paio di bacchette a testa, e narra la storia di una ragazza, che viveva in un paese tutto pittato di bianco (risata sguaiata di Riccia in sottofondo, «ha detto pittato, ha detto pittato») e amava andare in giro tutta vestita di rosa. Un giorno, le donne del paese giudicarono la ragazza volgare, e decisero di mandarla via, accompagnandola al treno (ogni riferimento a Bocca di rosa di De André è puramente casuale? Chissà…) e caricandola a forza su un vagone. «Questa è la sua canzone», aggiunge, eseguendo Lollipop, sul finale della quale esplodono coloratissimi coriandoli dalla cassa del piano, e Stardust, cantata metà in italiano e metà in inglese, come nel duetto con Chiara a X-Factor. The origin of love, Underwater (sulla quale Mika chiede di restare al buio – «non abbiamo bisogno di luci per stare insieme» – e cantare il finale con lui) We are golden (benedetto figliolo, anche a Sky hai regalato tanta gioia) e Last party (sul lento inizio della quale Uovo pensa bene di riguardare, a un volume imbarazzante, uno dei video girati prima) concludono un concerto di quasi due ore, nel quale c’è ancora spazio per un unico bis, una Love Today che fa scatenare tutti, compresi i Fantastici 4, che cangureggiano come pazzi, con l’inseparabile telefonino in modalità fotocamera stretto tra il pollice opponibile e l’indice. Dal palco piovono sulla folla migliaia di stelle filanti, gli applausi sembrano non finire mai, colgo felicità nello sguardo di un piccolo soldo di cacio seduto sulle spalle della sua mamma.

È il congedo, i musicisti salutano e ringraziano, anche Pannocchia, Salama, Riccia e Uovo si avviano verso l’uscita, e io, auguro loro batterie scariche e giusto quel filo di dissenteria che li rallegri nel viaggio verso casa. Sono certa che il bel Mika approverebbe.

(Foto di Andrea Butti / Pozzoni)

Lascia un commento