Elio e le Storie Tese campioni a Campione (o casinisti al Casinò)

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Elio e le Storie Tese in forma smagliante al termine del loro primo tour europeo. Un palco inedito per loro, quello del Casinò di Campione d’Italia, e già qui bisogna fare un piccolo preambolo. Un tempo, così come per sedersi ai tavoli da gioco, anche nel salone delle feste erano d’obbligo la giacca e la cravatta. Chi non era munito di quest’ultima era caldamente invitato ad affittarne una al momento. Oggi la regola si è allentata e l’abito non è più obbligatorio anche se resta quasi di rigore, come le toilettes delle signore a cui nessuno vieta di indossare «‘nu jeans e ‘na maglietta», come cantava il poeta, ma l’occasione è propizia per sfoggiare le migliori mise. E in un simile ambiente si ascoltano grandi artisti à la pâge, interpreti di un pop educato, quello dove ci si ama, ci si ama tantissimo, si sospira allo sfiorarsi di una mano, si maledice chi ha portato via la donna della nostra vita, si palpita per un fremito, insomma… tutto il repertorio delle belle canzoni dei belli cantanti.

Definire bello Elio, e anche tutte le Storie Tese, forse sarebbe eccessivo, ma per chi ha imparato ad apprezzarlo come giudice di X Factor (diciamo la verità: è una scelta televisiva che moltiplica esponenzialmente la popolarità, ancora di più del Festival di Sanremo) e ad ammirarne le folte sopracciglia, un marchio di fabbrica quasi come i baffi e la mosca dell’amatissimo Frank Zappa, c’è sempre qualche sorpresa. Così ecco il frontman guadagnare il centro del palcoscenico sormontato da una folta parrucca riccia da ultimo dei Cugini di Campagna, fasciato da una canottiera bianca che non lascia niente all’immaginazione, fasciando una ventralità prominente. Più sobrie le tenute dei suoi compagni, gli storici Cesareo, Faso e Meyer, l’eterno aggiunto Jantoman, l’ultimo arrivato Carmelo (ovvero Vittorio Cosma, un grande musicista che gravita attorno alla band da anni) e la sublime Paola Folli che si concentrano sulle complesse trame musicali che li hanno resi celebri e rispettati.

Eh sì, perché Elio (che è anche un flautista provetto) e le Storie Tese, strumentalmente parlando, sono quanto di meglio calchi i nostri palchi, da più di trent’anni. Virtuosi di incredibile ecletticità, usano la loro perizia per variare stili e modi anche più volte all’interno della stessa canzone. Si può passare dall’hard rock tiratissimo alla mazurka nel breve volgere di un attimo, per poi tornare alla disco music, alla psichedelia, al pop melodico, a un accenno latino, a una digressione prog in tempi così dispari che eseguirli sarebbe per chiunque altro un compito impari, ma non per loro.

E già questo potrebbe turbare il composto pubblico della casa da gioco. Ma non abbiamo ancora menzionato i testi. «Siamo la prima e unica band che ha dedicato una canzone alla milza»: basterebbe questa considerazione di Elio al microfono per dire molto di loro anche a chi non li conosce. E chi li conosce bene, quanto bene li conosce? Quanta attenzione ha prestato ai doppi sensi, alle allitterazioni, all’esilarante volgarità unita a perle di saggezza che costellano il loro repertorio? Sabato sera hanno privilegiato brani provenienti da Eat the phikis (ben cinque: Lo Stato A, lo Stato B, scelta per aprire le danze, Mio cuggino, T.V.U.M.D.B., Milza e Tapparella, scelta come bis) tralasciando in parte i pezzi più recenti e, soprattutto, ignorando hit come Pippero e Il vitello dai piedi di balsa e entrembe (con loro l’italiano può essere migliorato) le canzoni sanremesi, La terra dei cachi, La canzone mononota e Vincere l’odio senza troppi rimpianti, preferendo mettere in scena uno spettacolo coerente.

E poi c’è Mangoni. Artista a sé, come da sempre indicato, questo architetto dalla condotta irreprensibile sul lavoro, trasfigura in un ballerino supereroico che si impadronisce della scena con sommo sprezzo del ridicolo. Il clou poco prima della fine, quando Elio (ricordiamolo, con canotta e parrucca) salta in groppa a un Elvis dai capelli di plastica, cavalcandolo e sculacciandolo con un pollo di gomma (un’altra finissima citazione zappiana) fino alla morte, letterale, della vittima che giace poi inerte sul palco per almeno una decina di minuti.

Insomma, non è stato il solito concerto, ma il pubblico ha gradito eccome. Senza nulla concedere ai gusti del pubblico, Elio e le Storie Tese sono, ormai, un patrimonio nazionale e, semmai, è il gusto popolare che si è adattato a loro, e non il contrario. Performance ineccepibile, punteggiata dalle frasi del frontman ben consapevole della situazione («È il nostro tour europeo, ma stiamo barando perché in realtà questa è sempre Italia anche se abbiamo fatto un pezzettino di Svizzera», «Vogliamo ringraziare il sindaco di Campione, John Champion», «Siamo contenti di suonare per voi, italiani che siete stati costretti a venire a vivere qui e avete nostalgia della vostra madrepatria») anche se la digressione più interessante è quella di Faso che, al termine di Servi della gleba, si abbandona alla modernizzazione della scopa che, una volta infilata laggiù, dovrebbe servire al malcapitato protagonista per ramazzare la stanza. Una grande serata per una grande band che, va sottolineato, sul palco si diverte ancora e questo dovrebbe sopire le voci di un imminente scioglimento.

(Foto di Carlo Pozzoni)

Ritratto di scaletta con pollo e flauto (da Andrea Bilotta)

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