Elii al Carroponte: the Alessia’s version

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Prendete uno dei migliori (e più fighi) batteristi italiani, aggiungete un bassista di grande talento e un chitarrista mostruoso, mescolate con cura unendo una voce femminile pazzesca e un leader carismatico e irresistibile. Mantecate a parte con una dose generosa di tastiere, synth e contagiosa follia. Accompagnate il tutto con una eccezionale carriera ultratrentennale e servite caldissimo su un grande palco davanti ad una folla immensa. Eccola, qua, la ricetta per un grande successo. Eccoli qui, gli Elio e le Storie Tese, una manciata di eterni ragazzi che si divertono e fanno divertire, ma soprattutto che suonano con impeccabile sapienza. Perchè il punto è proprio questo: al di là dell’irriverenza, dell’ironia e della demenzialità (in senso assolutamente positivo) ci sono dei musicisti coi controfiocchi, capaci di sostenere continui cambi di dinamiche, ritmo, tonalità e scale, improvvise accelerazioni e provvidenziali sospensioni, salti attraverso generi diversi e sonorità sperimentali, il tutto eseguito con disinvoltura e assoluta leggerezza.

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Fa caldissimo al Carroponte, in questa serata estiva di settembre, Elio e soci guadagnano la scena ed è subito Servi della gleba, come dire che chi ben comincia ha già vinto, chiusa da un Faso che dichiara di preferire il più moderno mocio alla ormai desueta scopa di saggina (per ramazzare la stanza dell’ingrata di turno), seguita da Il vitello dai piedi di balsa e da Il vitello dai piedi di balsa reprise («Un fatto realmente avvenuto tanti anni fa al confine tra Milano e Sesto San Giovanni»), sulle quali fa il suo ingresso l’architetto Luca Mangoni («che interpreta la parte che sul disco spetta a Sting»), cappuccio nero e mazzo di girasoli in mano, che saltella, s’atteggia, canta, amoreggia con il frontman e il pubblico, strappando un fragoroso applauso (il primo di una lunghissima serie). Mangoni non fa parte degli Elio e le Storie Tese diventa il tormentone della serata, e arriva Mio cuggino, sulla coda della quale Paola Folli dà la prima prova della sua straordinaria capacità vocale, intonando Heidi in chiave soul. Ritmo sbilenco, tratta dall’ultimo album Figatta de Blanc anticipa la presentazione del nuovo tastierista, che ha preso il posto di Rocco Tanica. Elio spiega i seri motivi dell’addio di Tanica, dicendo che il tutto è imputabile a numerosi e fitti impegni con una zia, una ventiseienne bielorussa, terza moglie di uno zio, che lo ha colpito per la sua spiccata intelligenza. «Per un altro gruppo questa sarebbe stata una botta mortale, invece noi abbiamo pensato di trasformarla in un’opportunità bellissima per un musicista sfortunato che non ce la fa con le sue forze, e questo è Carmelo» prosegue, dando vita ad un esilarante scambio di battute con il preso in causa, al secolo Vittorio Cosma, che si dimostra brillante e assolutamente all’altezza del ruolo, accennando ad una O mia bela Madunina in modalità Mario Biondi, delizioso pretesto per eseguire TVUMDB, nella quale Paola non fa certo rimpiangere Giorgia, nonostante un piccolo scivolone sul ritornello. Sulle atmosfere sudamericane di El pube entrano le ballerine, poi Christian Meyer (cosa non è quest’uomo, santo cielo!) conquista il centro palco, vestendo i panni di Dj Mendrisio («mi esibisco all’hotel Oliva di Lugano») ed esegue, armato di batteria elettronica, una «dub-music-techno miscelata con musica del canton Appenzello, la mia personale risposta ad Andiamo a comandare», riuscendo a fare miracoli pure lì, come se non bastassero già tutti quelli che sa fare dietro ad una batteria.

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Pipppero (rigorosamente con tre P) e Vacanza alternativa (con la ricetta del risotto ai funghi, che se me la canta la Folli diventa di default il mio piatto preferito) trascinano tutti verso il momento dance, con Discomusic (Mangoni strizzato in una tutina rosa e nera e scatenato nella gabbia vale da solo il prezzo del biglietto) e Born to be Abramo, la parentesi rock, con Rock and roll (con Mangoni nei panni di Elvis e un Meyer stratosferico in solitaria), John Holmes, Il primo giorno di scuola e il “grande lentone” Uomini col borsello (ragazza che limoni sola), in cui Cesareo (che con quei capelli assomiglia a Enzo Paolo Turchi, ma gli si vuole del bene lo stesso) diventa imperatore assoluto, con un assolo da standing ovation e tutti a casa. Parco Sempione, dedicata a Milano e ai responsabili dell’abbattimento del cosiddetto “Bosco di Gioia”,  il cui nome viene definito ricorrendo al mestiere delle loro madri (pare il più antico del mondo) e l’acclamatissima Supergiovane (di nuovo Mangoni, tutina e mantello da supereroe) concludono il concerto, lasciando ancora spazio per un paio di chicche: l’architetto, avvolto dal fumo, che canta e suona la tastiera, accennando il Chiaro di luna di Debussy e l’Inno alla gioia di Beethoven, per poi scatenarsi su una base più pop, «l’apice della carriera di un’artista», per dirla alla Elio. Il gran finale spetta a Tapparella, uno dei pezzi più conosciuti e amati della band, con quel Forza Panino ripetuto 46 volte nella versione da studio. Poi sono saluti e applausi, tanti, meritati, conquistati grazie alla capacità di fondere insieme grande competenza esecutiva e spettacolo, con il giusto equilibrio tra raffinatezza e trash, professionalità e cialtroneria, eleganza e gusto cheap.

Due ore abbondanti di risate, canti a squarciagola e sudore, che mi hanno riconciliato col mondo. Ci voleva proprio, in questo inizio di settembre. Che l’autunno è alle porte, ahimè. Facciamoci coraggio.

(Foto di Roberto Sasso)

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