Daniele Silvestri e le cose che abbiamo in comune

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Mi ricordo ancora quel cantante con i capelli lunghi, raccolti in una coda, che cantava sul palco di Sanremo L’uomo col megafono: avevo meno di quindici anni e quello è stato uno dei momenti che ho compreso poi essere stati fondamentali nella mia vita. Già, perché quel cantante era Daniele Silvestri, che da ventidue anni fa compagnia a me e ha tanti altri e che ieri ci ha regalato una grande festa, un meraviglioso concerto, una serata memorabile. Le premesse sono state ottime: niente fila al parcheggio del Forum, ritiro dei biglietti in meno di un minuto, l’attesa rilassante mangiando e chiacchierando con la mia amica Elisa prima di entrare.


Non avevamo dubbi che sarebbe stato un concerto indimenticabile – nella mia top ten personale potrebbe oggi entrare a spodestarne qualche altro – e Daniele lo ha confermato. Da solo, al piano e alla chitarra e con tutti gli amici che ieri lo hanno accompagnato. Un sogno rivederlo insieme a Niccolò Fabi e Max Gazzè, come tre anni fa, proprio al Forum, con Life is sweet e Spigolo tondo; da brividi ascoltarlo nei duetti con Carmen Consoli – una romanticona come me non poteva non sciogliersi con L’ultimo bacio, Narciso e Strade di Francia – e Manuel Agnelli – «un salto negli anni Novanta di un certo livello, grazie a Il dado che si fondeva con Male di miele; divertente vederlo in quello con Diodato che si è improvvisato ballerino per Salirò ed emozionante sentirlo sotto la pelle in Giudizi universali con Samuele Bersani: pochi mesi fa al Parco Tittoni lo avevo ascoltato dal vivo e mi ha proprio fatto bene rivederlo.

Con Max Gazzè e Niccolo Fabi, come nell’ormai storico tour

Le incursioni di Edoardo Leo (che io amo dai tempi di Un medico in famiglia e che migliora sempre di più a ogni film – da regista o attore – che gira) variavano tra il serio e il faceto: toccante il momento in cui ha ricordato, sulle note de La mia casa le stragi di bambini e ragazzi degli ultimi anni e ricorda l’impegno di Every child is my child.

Un ultimo bacio da Carmen Consoli

Quante cose che hanno in comune, tutti loro; quante cose abbiamo in comune noi con loro, a partire dalle emozioni che le loro canzoni hanno suscitato in questi anni nei nostri cuori, alle storie che hanno accompagnato. Tra gli Occhi da orientale – la mia preferita, che sogno che qualcuno mi dedichi, anche se i miei occhi da orientale non sono, e Che discorsi – per me ricordo di uno dei tanti amori non corrisposti, passando per Manifesto e Le navi – la canzone più breve ma intensa che io conosca.

Manuel Agnelli al microfono

Come in quel lontano 1995 con L’uomo col megafono, negli anni tante volte mi sono soffermata a riflettere su alcuni pezzi che vogliono in qualche modo smuovere le coscienze: non sono mancate anche ieri, da Il mio nemico e il suo video sempre efficace a L’appello, durante il quale abbiamo sventolato i volantini rossi simbolo del Movimento Agende Rosse; Silvestri lo sostiene da anni perché «la verità su quegli anni l’abbiamo intuita, forse, ma ce la devono dire, perché c’è una bella differenza tra l’immaginarla e il sentirsela raccontare dal nostro “papà”, lo Stato». Sacrosanto.

Tutti sul palco, non solo musicisti: c’è anche l’attore Edoardo Leo

Il momento magico dei pezzi cantati in gruppo finalmente è arrivato: Cose che abbiamo in comune, naturalmente, per iniziare, Un amore di plastica e Non è per sempre, che coinvolgono tutti o quasi: da notare un Manuel Agnelli non del tutto partecipe – diciamo così – su pezzi come Freak, Favola di Adamo ed Eva e Lasciarsi un giorno a Roma. Immancabile anche Cohiba, cantata a squarciagola, tanto ormai la voce se ne stava andando.

Il momento dei saluti

Ci siamo lasciati con Testardo – che scatena in me, ogni volta, un’irrefrenabile voglia di Roma – senza però farci mancare prima una dettagliata spiegazione dell’espressione «Li mortacci tua», che Edoardo Leo ha declamato facendoci piegare dalle risate. Al termine nessuna stanchezza: nel parterre abbiamo ballato, cantato e – per quanto mi riguarda, anche pianto per la commozione. Siamo tornate a casa riappacificate con il mondo, con la mente sgombra dalle preoccupazioni, negli occhi i visi di chi, sul palco, trova sintonia con chi gli sta vicino ed entra in empatia con il pubblico. Daniele Silvstri ci ha salutato con questa frase «Si sarà capito che le cose che abbiamo in comune sono tante, ma la più bella siete voi»: ‘tacci tua Daniè, quanno se rivedemo?

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