Crazy for Bruce: Springsteen a Milano, il resoconto finale

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Definisci pazzia.
Perché in questa prima settimana di luglio i fan di Springsteen si sono sentiti etichettare spesso come pazzi quando spiegavano che «Sì, vado a entrambi i concerti di San Siro».
Se pazzia è sentire 52 canzoni diverse in tre giorni, per un totale di 69 brani; se pazzia è percorrere tutto lo spettro conosciuto e sconosciuto delle emozioni umane; se pazzia è ritrovarsi abbracciati a perfetti estranei, a ballare come se non ci fosse un domani e a sentirsi vivi perché «It ain’t no sin to be glad you’re alive» (e davvero, credetemi,«Non è un peccato essere contenti di essere vivi»); se pazzia è immergersi nella colonna sonora della tua giovinezza e partire in un viaggio del tempo nei luoghi che ti sono sempre stati cari; se pazzia è applaudire una rockstar (che brutto termine?) che a 67 anni sa commuoversi di fronte a uno stadio diventato casa per lui, e allora sì, ammettiamolo: siamo pazzi. Pazzi di gioia, di stanchezza, di nostalgia, di gratitudine; pazzi di fede, di coraggio, di vita, di commozione; pazzi di allegria, di sorrisi, di lacrime, di sudore.

Come tutte le storie che si rispettino, partiamo dalla fine. Mancano pochi minuti alla mezzanotte. Bruce ha appena fatto gridare ai quasi 60mila di San Siro: «Stay hard, stay hungry, stay alive… if you can… and meet me in a dream of this hard land». Si sfila la chitarra e per l’ennesima volta ringrazia. Per l’ennesima volta ripete: «Vi amo». Si avvicina al suo pubblico e sembra davvero non aver voglia più di scendere da quel palco. Soltanto 48 ore prima aveva detto: «This is the best audience in the world». E, ora, si vuole godere l’ultima doccia d’amore con quel pubblico, e quegli applausi, quei cori, quelle braccia protese verso un sogno che sta per svanire, che la notte non dura in eterno.

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Nella seconda notte milanese Springsteen rivoluziona la scaletta. Come uno chef che conosce i gusti che muovono le corde dell’anima, sceglie con cura gli ingredienti. Ed allora ecco subito Roulette e una rarissima Fire e una commovente Something in the night e una toccante Racing in the street e una scatenata Cadillach ranch e una esaltante The price you pay e una vigorosa Streets of fire. Ma, forse, il pezzo forte è la prima canzone dei bis: Backstreets. Bruce canta «We swore forever friends» e quella promessa di amicizia eterna ogni singola persona sugli spalti e sul prato di San Siro l’ha sentita propria. La musica si abbassa e il Boss sussurra al microfono, con il volto rigato dal sudore e dal solito luccichio sospetto appena sotto gli occhi chiusi: «Fino alla fine».

Il Meazza risponde a ogni sollecitazione del rocker del Jersey e della E Street Band. Qualcuno, soprattutto nel primo anello centrale, ci prova a restare seduto. Poi ti volti quattro canzoni dopo l’inizio e te li vedi tutti in piedi a ballare e ad applaudire e ad alzare le mani quando Bruce urla: «San Siro, let me see your hands».

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Prima del concerto ho la fortuna di scambiare due chiacchiere con Kevin Buell, l’uomo che prepara le chitarre al Boss. Dice: «Sì, per Bruce questo è davvero un posto speciale. Per tutta la band lo è: difficile trovare qualcosa di simile in giro per il mondo». Basterebbe guardare un video di Dancing in the dark o Born to run o Shout suonate in entrambe le notti milanesi per rendersi conto di cosa Kevin intenda per «posto speciale». Non c’è una singola persona capace di resistere al richiamo della musica della E Street Band perché, Springsteen ha ragione quando lo grida al microfono, siamo tutti «prisoners of rock’n’roll».

Ma in questa prigione non ci sono sbarre alle porte e grate alle finestre, ma sogni da vivere (i ragazzi del gruppo Our love is real ci hanno preso quando hanno trasformato San Siro in un enorme lavagna su cui scrivere Dreams are alive tonight) perché ormai è chiara a tutti la risposta alla domanda simbolo di The River: «Is a dream a lie if it don’t come true»?

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Per concludere, per chi l’ha visto e per chi non c’era, ecco i momenti più alti della doppietta di San Siro, forse una delle migliori accoppiate di sempre nei concerti del Boss.

Dalla prima serata iniziamo con Land of hope and dreams, ovviamente: l’ingresso di Bruce e della Band nella terra della speranza e dei sogni è imperdibile.

Crush on you, con la dichiarazione d’amore per Milano: «Sono cotto di te».

La struggente Point blank.

La sempre emozionante Drive all night.

Una Jungleland da lacrime

E la Thunder road acustica aperta con il grazie a Milano: «Questo è il pubblico migliore del mondo».

Dalla seconda notte milanese la tambureggiante Roulette.

La rarissima Fire

Il coro e le luci di San Siro su The river.

Lo struggente piano di Roy Bittan su Racing in the street.

L’intensa e poetica The price you pay.

Backstreets e la promessa di amicizia eterna, ovviamente (sul luccichio sospetto, giudicate voi)

La scatenata Shout!

E il saluto finale di Bruce alla sua San Siro con This hard land.

P.S. Ma sei pazzo? Lo hai visto due volte di fila a Milano e adesso andrai anche a Roma?…

(Foto di Mauro Albonico)

1 commento

7 luglio 2016 alle 6:43

Si sono pazza andrò anche a Roma e anche altrove se solo potessi! Sono pazza ma felice quando Bruce si on the road!

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