Cowgirl in Pusiano: Lucinda Williams accende il Buscadero day

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Ed eccola lì. Eccola lì sul palco, in carne e ossa, capelli biondi, sguardo fiero di chi, si intuisce, non ha avuto una vita sempre facile. Lucinda Williams nel parco di Pusiano, un sogno diventato realtà ieri sera per un migliaio di appassionati giunti da tutta Italia (qualcuno è arrivato anche da più lontano) per applaudirla dopo averla amata, a distanza, per tanti anni. Pubblica dischi dalla fine dei seventies, ma qui è definitivamente balzata all’attenzione degli appassionati nel 1998 grazie a Car wheels on a gravel road, capolavoro lanciato dal mensile Buscadero. Per questo magazine di culto è, da allora, un punto di riferimento, la pietra di paragone con cui debbono confrontarsi tutti i cantanti e autori d’oltreoceano. Ma in Italia non era mai arrivata. Invece eccola al Buscadero day. Eccola grazie a un promoter infaticabile come Andrea Parodi: questo sogno si è avverato in un giorno bruttissimo, quello della scomparsa del caro papà Elio. Questo concerto era anche e soprattutto per lui. Era per quei fan che hanno raggiunto il bel paesino sul lago, condotto da un sindaco rock, Andrea Maspero, che vede nel turismo culturale – perché anche questo lo è – una risorsa fondamentale e in questo appuntamento annuale un fiore all’occhiello per tutta la comunità.

Lucinda Williams tra Andrea Maspero e Andrea Parodi con Paolo Pieretto

Lucinda Williams tra Andrea Maspero e Andrea Parodi con Paolo Pieretto

A scaldare la serata hanno provveduto i Buick 6 seguiti da James Maddock che ha presentato il suo ultimo album realizzato con David Immerglück dei Counting Crows proprio nel nostro Paese (anche All’unaetrentacinquecirca di Cantù), pubblicato dall’intraprendente Appaloosa e intitolato, manco a dirlo, Live in Italia. Dopo le 22 la scena è tutta per Lucinda e la band. Nelle orecchie di tanti presenti ci sono ancora le calde note di Neil Young, che ha furoreggiato a Milano domenica. E non si è ancora quietata l’onda lunga dei tre concerti di Springsteen. Quasi tutti i presenti, ieri, hanno preso parte ad almeno una di queste quattro serate a luce rock, diventate cinque proprio grazie alla Williams, alle sue ballate di amarezza e speranza, di vita e di morte. Di vita.

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È una tribù che si sposta di concerto in concerto, di città in città, una famiglia allargata dove i più giovani stanno in passeggino e c’è chi si ricorda dei Rolling Stones al Vigorelli e di Hendrix al Piper. Gente che canta dalla prima all’ultima nota brani che nessuna radio commerciale passerebbe mai, che ha fatto un mito di personaggi che non guadagnano nessuna copertina se non quella di Buscadero, che non si è neppure accorta che Rihanna e Beyoncé hanno conquistato lo stesso stadio del Boss mentre fa due conti su Robert Plant a Milano. Lucinda era per loro. Se la sono meritata.
20160719_214031Una partenza senza troppa enfasi, si potrebbe dire quasi impacciata, ma Lucinda, dicono le cronache che rimbalzano in rete, è reduce da un’esibizione romana dove è stata innervosita da problemi audio e, facile pensarlo, da un pubblico non troppo numeroso. Quando ha raggiunto il microfono si è trovata di fronte a più di mille fan che hanno accolto con grida di approvazione tutti i brani, dimostrando di non essere certo lì per caso (o per il paesaggio, incantevole con le luci che si specchiano sul lago a far da cornice a una stellata dove brilla una full moon da ballata western). Una scaletta che pesca in tutto il repertorio e da cui si possono estrapolare alcune perle. La prima è Drunken angel, che arriva quasi subito e mette in evidenza la voce arrochita e dolente di una donna che ha vissuto, sofferto e lottato.

La seconda è Ghost of highway 20 che esegue da sola all’inizio di un breve set acustico che imprime una svolta decisa alla serata: il riscaldamento è finito e la band ingrana definitivamente. È evidente in Dust, sottilmente inquietante, dove gli strumenti si ritagliano lo spazio per assoli e per far crescere il calore mente Lu (così da scaletta) si dondola ascoltando la sua musica e godendosi il suo pubblico. Al momento di Joy si è a un passo dalla celebrazione. Il sogno si è avverato: è una donna minuta, molto più di quanto si poteva sospettare ammirandola nelle copertine dei dischi e nelle foto promozionali, non si leva mai il cappello e, con il procedere nel concerto, entra sempre più in empatia con l’audience.

Due cover nei bis: una divertente Should I stay or should I go e, soprattutto, Rockin’ in the free world. No, non può reggere il confronto con quella che l’autore ha proposto a Milano poche ore prima con The Promise of the Real, ma alla fine di questa lunga settimana di concerti memorabili è suonata quasi come una strizzata d’occhio a tutti quanti.

E il Buscadero Day è solo all’inizio. Ecco qui il programma dei prossimi appuntamenti.

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