Così fan tutti, anche Francesco

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Quando arrivo all’anteprima per under 30”di Così fan tutte, opera di Mozart su libretto di da Ponte che, diretta da Gianluca Capuano e con regia di Francesco Micheli, inaugura quest’anno la stagione lirica del Sociale, il teatro è gremito. Poter vedere un’opera, per una volta, a un prezzo abbordabile deve aver attirato molti, così come sapere che le comparse sono state reclutate tra ragazzi e ragazze della città. Io sono curiosissimo e non vedo l’ora di assistere. Da dove sono non godo di una visuale splendida, ma non importa; bastano i primi accordi dell’Ouverture di Mozart per immergersi completamente nella storia, nello spettacolo, e nella musica.

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Così fan tutte, come quasi tutte le opere, racconta una vicenda assolutamente inverosimile. Un vecchio filosofo, Don Alfonso, afferma che la donna è per natura infedele; due giovani focosi (Ferrando e Guglielmo) decidono di provargli, invece, l’assoluta virtù delle loro fidanzate (Dorabella e Fiordiligi); per far ciò si travestono da nobili albanesi e iniziano a corteggiare, sotto mentite spoglie, ciascuno la ragazza dell’altro. Dopo meno di una giornata, le due dimenticano promesse e giuramenti e si concedono ai corteggiatori; la vicenda si conclude con un doppio matrimonio, in cui entrambi gli amici sposano quella che, fino a poche ore prima, era la fidanzata dell’altro.

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La storia, naturalmente, è divertente quanto improbabile; uomini e donne sono poco più che macchiette – ma questo fa parte del gioco. Quello che in ogni opera rende profondi i personaggi e ci fa immergere in queste vicende non sono le parole pronunciate, quanto piuttosto la musica. E qui, per me, sorge un problema. Fino a qualche ora fa avevo ancora la mezza idea di scrivere questo articolo come se fossi un brillante conoscitore d’opera. Avrei potuto informarmi sui lavori precedenti della coppia Mozart – da Ponte e fingere di citarli a memoria, cercare la storia del libretto e accennarvi come a cosa nota, infilare con finta disinvoltura uno e due termini tecnici («Sublime il glissando dei violoncelli verso la conclusione del Primo Atto», cose di questo genere).

Ma, tutto sommato, trovo più onesto e meno faticoso ammettere con candore che io, di musica classica, non so assolutamente nulla. Ultimamente ne ascolto molta (soprattutto concerti e musica da camera), mi piace andare all’opera, non era nemmeno la prima volta che assistevo al Così fan tutte – ma non so nulla della tecnica che sta dietro la partitura di un’opera lirica. In questo campo, come purtroppo in molti altri, rimango un ignorante. E da ignorante, posso dire con sicurezza solo una cosa della musica di Mozart: mi piace moltissimo. Adoro quei brevi momenti (che non saprei definire con parole più esatte) in cui il clavicembalo suona pochi accordi e l’orchestra tace, adoro le entrate dei fiati, adoro il modo in cui il suono degli archi sembra farsi sempre più serrato nei momenti di tensione per poi distendersi all’improvviso in ampi sprazzi luminosi. Mi piace tutto questo, e mi emoziona, anche se non so definirlo né spiegarlo tecnicamente.

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So, però che la musica di Mozart non solo è sublime; è anche drammatica. Non solo è bella di per sé; serve anche all’azione, la rende credibile, la rende vera. Grazie alla musica si segue l’azione. Le incongruenze spariscono; i personaggi diventano umani.

E il libretto di da Ponte (che parrà ingenuo se viene letto, ma quando viene cantato diventa tutt’altra cosa) acquista un fascino inaudito. Così fan tutte ci rappresenta un mondo in cui tutto è farsa, e in cui le azioni dei personaggi sono un gioco ben presto sfugge dalla mani dei giocatori. Fiordiligi e Dorabella dimostrano simpatia verso i corteggiatori per divertimento, ma si ritrovano a innamorarsene sul serio, e a ceder loro dopo un duro conflitto interiore. Guglielmo e Ferrando iniziano la farsa per scommessa e si ritrovano a scoprire che le loro fidanzate sono infedeli, e a scoprirsi infedeli a loro volta.

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L’unico insegnamento che sembra possibile trarre da questo gioco degli inganni è che, visto che nessuno può resistere ai propri istinti, cedervi è l’unica soluzione possibile. Le donne sono infedeli per natura; non possono fare altrimenti; dunque perché prendersela? Il simbolo vivente di questa morale, ancor più di Don Alfonso, è la servetta Despina, che compare più volte nell’opera sotto i travestimenti più diversi, che contribuisce ad architettare il tutto e che con la sua civetteria rappresenta la più schietta accettazione della propria vitalità.

La regia di Micheli è brillante e ben fatta; le vicende dei personaggi vengono amplificate dalle comparse. I cantanti vengono fatti muovere in modo molto energico, con movimenti, però, mai rigidi, ma rilassati e sensuali (a tratti sembrano quasi dei ballerini); i loro cambi di costume sono spesso divertentissimi – così come i loro spogliarelli. Dal basso della mia mancanza di competenza, però, mi è sembrato che a un certo punto le scene – pur rimanendo divertenti e ben ritmate – tendessero ad assomigliarsi un po’, come se al regista fossero venute meno le idee; e mi è anche parso che lo sviluppo dei personaggi ne venisse penalizzato.

Per via dell’incompetenza musicale di cui sopra, invece, non mi azzardo a commentare la qualità dell’esecuzione; a me è piaciuto tutto moltissimo, ma lascio a critici più esperti ogni parere più strutturato.

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Infine, vorrei segnalare un’ultima cosa. Spesso fra gli “addetti ai lavori” ci si lamenta che «I giovani non vanno all’opera”. Ora, è palese che un genere come l’opera non sarà mai popolare quanto il cinema o il teatro di prosa, e che un’incisione operistica non avrà la diffusione di un disco di musica classica strumentale (men che meno di un disco rock). Ma ‘I giovani’ sono una categoria vastissima e ce ne sono veramente tanti che all’opera sarebbero quantomeno interessati… Se fosse alla portata delle loro tasche. Un’esperienza come quella di stasera dimostra che l’interesse nei ‘giovani’ è più che presente (in questo caso peraltro supportato dall’ottima scelta di rendere un gruppo di ragazzi comaschi parte dello spettacolo). Fino a che i prezzi dell’opera rimarrano palesemente fuori dalla portata degli studenti, i teatri d’opera rischieranno di rimanere vuoti o di rivolgersi al ristretto pubblico di appassionati e melomani. Può darsi che questo sia il destino del genere. Ma vista la vastità e la ricchezza dell’immenso tesoro di musica e storie che è la tradizione del melodramma italiano, spero invece che iniziative come questa si diffondano il più possibile, e che l’opera non diventi mai il patrimonio di pochi.

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