Contaminazione è salvezza: Mannarino ci racconta la musica di frontiera

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Martedì pomeriggio, Alessandro Mannarino ha lasciato la sua chitarra a riposo, è sceso dal palco e si è seduto in mezzo agli studenti dell’Università di Milano-Bicocca (ma non solo), per accompagnarli dietro le quinte della sua musica e, più in generale, della musica “di contaminazione”.

Sull’applauso scrosciante dell’intera Aula Magna, fa il suo ingresso il cantautore romano, preceduto dalla moderatrice dell’incontro, la giornalista e speaker di Radio 24 Marta Cagnola, e dal maestro Emanuele Ferrari, pianista e docente di Didattica della musica in Bicocca. «È tutto diverso dai concerti – afferma un emozionato Mannarino – però… È bello.»

Cagnola attacca subito con una domanda a tappeto: «Che riflessioni ti suscita il tema della frontiera?». Mannarino, dal canto suo, non si lascia cogliere impreparato e risponde che, per lui, la vita stessa è una frontiera. Ogni momento della vita è come una nazione, ma, siccome si cambia sempre, «l’importante è stare nello stato giusto». Spostandoci poi dal piano filosofico – esistenziale a quello musicale, Alessandro sottolinea che il superamento delle frontiere e l’incontro fra diversità ha prodotto alcuni dei generi più significativi di sempre – per il esempio il blues, il jazz. Emanuele Ferrari fa inoltre notare che l’idea di erranza, di contaminazione è presente anche nella musica classica – si pensi solamente al celebre Don Giovanni, opera italiana scritta da Mozart, un austriaco.

Alessandro Mannarino, Marta Cagnola e Emanuele Ferrari

Ripercorrendo poi le proprie radici, Mannarino racconta di un passato fortemente sonoro, fatto di ninnenanne, di rumori provenienti dai cortili delle case popolari, di suoni che, prima ancora delle immagini e più intensamente di queste ultime, si sono imbrigliati nella sua memoria di bambino. Il cantante si dichiara comunque figlio del suo tempo e rende grazie a piattaforme come Napster e eMule per aver contribuito «a far entrare nel calderone» radici musicali nuove. Proprio queste esperienze lo hanno portato a diventare in un primo tempo deejay di world music, «uno sterminato genere musicale che includeva tutto ciò che non era anglosassone». Oggi, nelle vesti di cantautore, Mannarino dichiara di voler guardare al Sud del mondo piuttosto che chinare la testa davanti alle imposizioni della «Roma washingtoniana».

Avere delle radici significa, però, poter anche rifiutare l’identità personale e culturale che ci viene tramandata. Mannarino, da parte sua, rifiuta, ad esempio, quel «filo spinato» che spesso relega in una condizione svantaggiata le donne, creature invece «formidabili», attraverso cui «deve passare la rivoluzione» – come nel caso delle sue Marylou e Maddalena. Ad ogni modo, risultato ultimo di questo processo di decostruzione – ricostruzione dell’identità è appunto Apriti cielo (2017), un disco di «fondazione di un paese immaginario», un paese dai ritmi vitalistici, che riflettono i tanti viaggi di Alessandro – soprattutto quelli in Brasile.

Alessandro Mannarino

Un’ora di conferenza è presto volata. Uscita dall’aula, mi ritrovo a pensare: sì, belle parole, ma cosa ci ricorderemo di quest’incontro – poniamo il caso – fra cinque anni? Almeno un’idea, di sicuro, continuerà a solleticare la mia mente: il contatto con altre culture è stimolante, certo, ma non si limita a questo. Valicare le frontiere ci mette alla prova, ci mette in discussione. Ci purifica dai nostri dogmatismi. Insomma: non c’è nulla di più salvifico della contaminazione.

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