Colapesce e Baronciani, poeti visionari al Parco Tittoni

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20160906_232714Se c’è una cosa al mondo che proprio non sono capace di fare, oltre alla ruota (quella che se la fanno alle Olimpiadi è wow e se la faccio io è pronto soccorso), è disegnare. Talmente negata che pure l’«unite i puntini, cosa apparirà?» de La settimana enigmistica mi mette un gocciolino di ansia. Il mio professore di arte alle scuole medie mi faceva gli schizzi e sistemava i contorni, dandomi un voto giusto per la coloritura, perchè, e qui cito testuali parole, «non ti si può vedere, figlia mia, quando disegni». L’omino stilizzato, col triangolo per gonna nella versione femminile è il massimo contributo che posso dare alle arti figurative. Quindi, come si può intuire, nutro da sempre profonda ammirazione e una punta di invidia per chi possiede questo talento, e può raccontare il mondo senza usare le parole. Poi capita, un fresco martedì qualunque di inizio settembre, di trovarti nel bel mezzo di concerto disegnato, uno spettacolo essenziale, unico, la perfetta fusione tra le arti, un’esperienza che coinvolge, cattura e delizia.

Sul palco un uomo solo, il cantautore Lorenzo Arciullo, in arte Colapesce, armato di chitarra e loop station, alle sue spalle un telo bianco, sul quale si muovono le forme e le mani di Alessandro Baronciani, art director, grafico e illustratore. Oasi è il brano di apertura, sullo sfondo un paesaggio dai colori freddi, qualche parola del testo compare, scritta tra le pieghe degli alberi. Egomostro è una donna con il cellulare sugli occhi, Un giorno di festa sono un principe e una fanciulla che scompare in una macchia di colore dorato, Sottocoperta è il sonno di una ragazza in un grande letto giallo a righe rosse e verdi. La voce leggermente rauca di Colapesce lascia spazio a un racconto in immagini di Baronciani, nel quale un gatto rosso prende vita sul foglio, si ferma e scappa, indica qualcosa («ed io pensavo volesse dirmi, che ne so, che c’era un assassino, qualcosa di misterioso, e siccome ho visto tutte le puntate di Jessica Fletcher so che queste cose possono succedere») e si nasconde in un cespuglio, accompagnato dalle note della sigla della Signora in Giallo, scomodata da Arciullo. Uno scambio divertente di battute tra i due protagonisti, prima di eseguire Brezsny, mentre Alessandro sfoglia una vecchia copia dell’Internazionale ricca di illustrazioni, collage e scritte che sottolineano il testo del brano. 20160906_223513Come per magia, sulle note di Reale, la sequenza di gatti in movimento di prima diventa un enorme felino rosso che dorme su di un letto, abbracciato dalla sua padrona, addormentata anch’essa, con i lunghi capelli neri a seguirne la forma del corpo (scena che, tolti i capelli, mi appartiene abbastanza), e di nuovo il paesaggio cambia, un lago blu, o forse un mare, con le luci riflesse sull’acqua, accompagna S’illumina, sulla quale la chitarra spinge un suono duro e sporco, contrapposto all’arpeggio tenue delle strofe. È tempo di un’altra storia, Baronciani disegna un vulcano e lo fa eruttare sul foglio, sommergendo tutte le case costruite sul versante della montagna e uccidendo tutti, tranne un carcerato, salvatosi grazie alle mura spesse della prigione («e la morale è: se vivi vicino un vulcano, è meglio se fai qualcosa di sbagliato»). I panni stesi ad asciugare fanno da cornice a Satellite, pezzo che vede la partecipazione di Meg nell’album Un meraviglioso declino e che anticipa la bellissima Maledetti italiani. Lorenzo e i suoi 33 anni, compiuti proprio in questa occasione, vengono festeggiati da Baronciani come si conviene, paragonando con ironia il cantautore al suo illustre predecessore (pare che Lui sia pieno di spirito, avrà apprezzato), prima dell’ultimo pezzo, La distruzione di un amore, intensa e fortissima, che si chiude in crescendo, i suoni amplificati e ripetuti della loop station, la protagonista del disegno che, dopo essere stata al centro di tre, si ritrova da sola, i volti accanto cancellati, il suo viso invaso da coriandoli colorati.

20160906_225948Il bis si apre con Colapesce che soffia sulle candeline della torta disegnata per lui da Baronciani, gesto sottolineato da un timidissimo tanti auguri cantato (malissimo!) dal pubblico («ragazzi, incredibile questo calore, come a Trapani!»), poi esegue Restiamo in casa (ed è una città, una donna alla finestra e navicelle aliene all’orizzonte), Le foglie appese e L’altra guancia (mentre una piccola ferita si allarga sulla spalla di una ragazza dal viso di porcellana), che termina in un unplugged dal palco, aiutato nel coro dai presenti. Alessandro chiede, come regalo di compleanno, un altro pezzo, Talassa, con il suo paesaggio marino e i cerchi che si allargano sulla superficie. È tempo di saluti e di applausi, ma Lorenzo scende dal palco con la chitarra intonando Summer on a solitary beach di Battiato, invitando tutti a cantare con lui. Il concerto, a questo punto, è davvero finito, e, quasi all’unisono, ci alziamo tutti in piedi, nel tentativo di arrivare prima e assicurarci uno dei disegni di Baronciani, che solo pochi eletti (e più veloci) riusciranno a portarsi a casa. Incasso la delusione degli ultimi che, in questo caso, non sono certo diventati primi e mi consolo festeggiando Lorenzo, con prosecco e torta, nel boschetto della villa Tittoni.

Buon compleanno, Colapesce nostro. Stasera il regalo ce l’hai fatto tu, un dono fatto di visioni, poesia, emozioni e pensieri. Torna quando vuoi. Ti s’aspetta a braccia aperte.

 

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