Club Tour 2017, gli Afterhours giocano in casa all’Alcatraz di Milano

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La cosa che proprio mi provoca un attacco di gastrite senza possibilità di appello è, nel cercare in rete qualche notizia sul Club Tour degli Afterhours, leggere il seguente titolo: Concerto Afterhours 2017 con Manuel Agnelli di X-Factor 2016. CON Manuel Agnelli. DI X-Factor. Mai peggior uso di due innocenti preposizioni semplici è stato fatto a memoria d’uomo. Ora, capisco che lo showbiz imponga etichette e clichè di circostanza, che questo faccia vendere più biglietti alla qualunque e che i fans dei vari Fragola, Bravi e tutto il cucuzzaro al solo leggere X-Factor inizino a salivare in stile cani di Pavlov, ma per chi, come me, si è innamorato della straordinaria versione de La canzone popolare di Ivano Fossati (anno 1994, quando i talent non erano nemmeno un nefando pensiero), è morto e risorto ascoltando Germi (e tutti quelli dopo, a prescindere, acquistandoli il giorno stesso dell’uscita) e ha visto innumerevoli live, alcuni dei quali indimenticabili, nel bene e nel male, quella frase lì, priva di qualunque predicato verbale e dignità, è peggio di un coltello in mezzo alla schiena. Certo, voi direte, il fatto che la stessa campeggi fiera in un sito che si chiama investireoggi dovrebbe perlomeno consolarmi un po’, ma in fondo resta dolente, e mi fa venire voglia di prendere l’incauto autore per la collottola per spiegargli, con parole semplici, un paio di cose che forse, e solo forse, gli sono sfuggite.

Potrei dirgli, ad esempio, che gli Afterhours sono nati nel 1986 da un’idea di Manuel Agnelli (DA, non CON, per la miseria!), che il nome della band vuole essere un omaggio ai Velvet Underground di Lou Reed (DI, non CON, e siamo a due) e che, insieme ai Marlene Kuntz, sono considerati i portabandiera dell’indie rock italiano. O ancora, che con l’ingresso di Giorgio Prette alla batteria e di Xabier Iriondo alla chitarra, il gruppo ha pubblicato tre degli album più belli di quegli anni, Germi, appunto, Hai paura del buio? e Non è per sempre, seguiti da altrettanti capolavori come Quello che non c’è e Ballate per piccole iene (con Roberto Dell’Era al basso), disco protagonista di un tour mondiale che ha toccato anche gli Stati Uniti.

Vorrei che tu sapessi, o mio caro disinformato amico, che Manuel Agnelli è il padre del Tora Tora!, il festival itinerante che, all’epoca (stiamo parlando dei favolosi Novanta, mica del Settecento), raccolse il meglio del meglio della scena alternative italiana, che gli ultimi tre controversi album definiti adulti (I milanesi ammazzano il sabato, Padania e Folfiri o Folfox) hanno lasciato tutti un po’ così, all’inizio, ma poi li si è compresi e amati, per i testi raffinati e le sonorità al limite dell’apocalittico, per l’ingresso del violino di Rodrigo D’Erasmo, per il ritorno, dopo quasi dieci anni, della follia creativa di Iriondo. Ed ora che il Club Tour dell’ultima fatica discografica li riporta a Milano, per una data già sold out, con il chitarrista Stefano Pilia (Massimo Volume) e il batterista Fabio Rondanini (Calibro 35) a sostituire Giorgio Ciccarelli e Prette, io non vedo l’ora che sia martedì 28 marzo, che sia di nuovo Alcatraz e che siano di nuovo loro, quegli Afterhours che da vent’anni mi emozionano come la prima volta, che porto tatuati sulla pelle e sul cuore, di cui sento l’urgenza ogni volta che la vita si fa davvero difficile.

Manuel Agnelli è quello che nel 1999 si domandava «Dentro o fuori la televisione? Meglio artefatto e volgare o meglio coglione?» e poi ha scelto. Ma solo poi. E questo è bene che tu lo tenga a mente, prima di abusare delle preposizioni, bellezza mia. Io ti ho avvisato.

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