Chiamalo col suo nome – Folfiri o Folfox, il nuovo doppio album degli Afterhours

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Stamattina mi ha svegliato il portinaio. Rido perché era mezzogiorno e un quarto e la mattina era passata da un po’. Mi ha svegliato perché Amazon è stato di parola e mi ha fatto recapitare puntualissimo il nuovo disco degli Afterhours.

Come molti fan, ho seguito anche io tramite i social e i loro canali ufficiali la genesi di questo Folfiri o Folfox. C’era da parte di tutti molta curiosità, soprattutto di sentire cosa sarebbe venuto fuori dalla nuova formazione dopo la defezione/licenziamento di Prette e Ciccarelli a favore di Rodanini (ex Calibro 35) e Pilla (ex Massimo Volume).

Pillole puntuali su Instagram e Facebook, stralci di pezzi e luci basse in studio. Qualche foto e molto mistero fino al momento della promozione tramite interviste e articoli che hanno iniziato a riempire le pagine delle principali testate specializzate dello stivale sul finire delle registrazioni.

Ne ho letti un bel po’ di questi articoli ed è successa una cosa abbastanza anomala. La curiosità è mutata in paura. Viscerale, profonda. No, non di trovarmi ad ascoltare un disco di merda. Non è della musica che ho iniziato ad aver paura, ma dei temi trattati nei testi che compongono questo che è a tutti gli effetti un concept album. Concept album (quanto sta diventando fastidioso questo modo di chiamare i dischi?).

Insomma, per me è stato e sarà sempre un ascolto particolare quello che rivolgerò a questa band. Era il 2004, li conoscevo già da un po’. I giornali specializzati, quando l’argomento era la musica indipendente, parlavano degli Afterhours quasi come un modello da seguire e di Agnelli come portavoce di un intero movimento culturale. Li conoscevo da un po’, vero, ma li ho snobbati fino al 2004, l’anno di Ballate per piccole iene, uno dei loro dischi più apprezzati e riusciti. Nessuna band italiana fino ad allora era riuscita a lasciarmi così tante sensazioni addosso. Nessuno fino a quel momento mi fece appassionare tanto alla musica cantata nella nostra lingua.

E fin qui niente di particolare, direte voi. Ironia della sorte, il 2004 per me non è stato solo l’anno della scoperta della band milanese, ma anche l’anno peggiore della mia vita.

Mi innamoravo di Non è per sempre e di Voglio una pelle splendida, di Strategie e di Carne fresca, di Rapace e Dentro Marylin in pomeriggi passati in reclusione, steso sul divano di casa dei miei con un secchio al mio fianco dove poter vomitare senza dover correre in bagno rischiando l’osso del collo e ustioni sul viso e sul collo che a fatica mi permettevano di parlare, deglutire e ingurgitare cibi frullati freddi. Il massimo delle aspettative di un diciottenne neopatentato, no?

Per chi non ne fosse a conoscenza, Folfiri e Folfox altro non sono che due nomi relativi ad altrettanti mix di farmaci che compongono due delle più note terapie chemioterapiche. Io non lo sapevo, l’ho dovuto leggere dagli articoli che riportavano le interviste legate a questo disco. Per questo, nonostante la tragedia che circonda la sola parola chemioterapia, l’ho trovato ironico. Ironico perché ho iniziato ad ascoltarli e hanno sviluppato in me una sensibilità fino ad allora per me sconosciuta durante le mie terapie e ora, a dodici anni esatti, mi ritrovo con un disco fra le mani che me ne parla ancora, come un ricordo di tempi passati assieme, come se fosse il mio miglior nemico venuto a bussare di nuovo alla porta.
12440753_1290487437647107_8366815295934056332_o01.Grande
02. Il mio popolo si fa
03. L’odore della giacca di mio padre
04. Non voglio ritrovare il tuo nome
05. Ti cambia il sapore
06. San Miguel
07. Qualche tipo di grandezza
08. Cetuximab
09. Lasciati ingannare (una volta ancora)

01. Oggi
02. Folfiri o Folfox
03. Fa male solo la prima volta
04. Noi non faremo niente
05. Né pani né pesci
06. Ophryx
07. Fra i non viventi vivremo noi
08. Il trucco non c’è
09. Se io fossi il giudice

Manuel nelle interviste ha centrato un punto cruciale per tutti quelli che come me hanno fronteggiato il cancro o qualsiasi altra malattia personalmente o accanto a una persona cara: il male va affrontato. Il male ha un nome e non bisogna aver paura, bisogna avere il coraggio di guardarlo in faccia e cercare di sconfiggerlo. Io ho sempre detestato mia madre quando usava il termine brutto male o brutta malattia. Quando uno è stronzo, lo chiamiamo stronzo. Quasi ci proviamo gusto a farlo, perché non essere onesti con noi stessi a 360° allora? Perché dobbiamo aver paura di confrontarci anche solo con il nome di una malattia quando l’unica cosa da fare quando si è malati è tirar fuori le palle e cercare di sconfiggerla con tutti noi stessi? La paura porta ad essere delle persone che, fidatevi, non vorremmo mai mai mai conoscere e tanto meno essere.

Questo disco parla di questo, dell’affrontare le paure. Di morte, di vita. Di vita. Parla nell’orecchio di chi vuole e deve guardare al futuro a testa alta nonostante i dubbi e le incertezze, parla del mordere la vita soprattutto quando cercano di levarcela dal piatto. Questo disco ti insegna a chiamare le cose con il loro nome, che è l’unico modo per riuscire ad affrontarle a testa alta.

Chi mi conosce sa quanto quel periodo mi ha segnato, quanto me ne sia lagnato e quanta fatica ho fatto per riuscire a non sentirmi uno stronzo, ma un ragazzo fortunato nonostante la grossa sfortuna. Io sono ancora qui e lo devo soprattutto all’esser stato capace di vincere una battaglia psicologica dove la gente anziché supportarmi mi guardava come si guarda un pezzo di granito con sopra scritto il tuo nome. Ho odiato tutti, quando l’unica cosa che avrei dovuto odiare era il cancro.

Questo è un disco che apre le menti, che ti fa sviluppare un certo tipo di sensibilità, che parla con coraggio di qualcosa della quale nessuno ha quasi più il coraggio di parlare. Che fa i nomi e i cognomi, per così dire.

Questo è un disco da ascoltare, assimilare ed amare perché non trovo un solo motivo per non farlo.

Voglio essere felice e non me ne frega più un cazzo se è la cosa più banale del mondo
(Manuel Agnelli)

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