Chemical Brothers: Madchester al Market Sound

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Il biglietto usato è lì, a bordo scrivania, fra un evidenziatore giallo, una penna Bic e un accendino nero. Fa capolino circa 48 ore dopo il suo utilizzo, quando ormai ho avuto modo di digerire il concerto e lasciare un po’ da parte le sensazioni, come un piacevole pensiero di sottofondo da riacchiappare durante la giornata. E subito, in automatico, arriva in testa una considerazione fatta da una ragazza, magari non originale (da lei stesso riconosciuto eh, non che poi legge e s’incazza), ma mica per questo meno vera ed essenziale: i concerti fanno bene all’anima. E, appoggiando il biglietto giallo usato sulla tastiera così da poterlo osservare meglio aggiungo fra me e me: a maggior ragione se sono i Chemical Brothers.
Paladini della musica elettronica, ultimi eredi del sound mancuniano (raccontato benissimo, parere personale, da Massimo Palma in Happy Diaz – La formazione musicale di una generazione che è stata ammazzata di botte), accostabili solo a mostri sacri come gli Underworld e Fat Boy Slim: tanti gli epiteti (e gli epigoni) in questi vent’anni e passa per descrivere la carriera di Ed Simon e Tom Rowland. Venerdì sera, al Market Sound di Milano, hanno dimostrato, ancora una volta, quanto siano bravi a creare atmosfere caleidoscopiche e, forse aspetto più importante, far ballare migliaia di persone.

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Torniamo quindi a tre sere fa. Appena arrivato all’ingresso, passeggiando fra magliette tarocche del duo e cocci di bottiglia, subito m’imbatto in due future costanti della serata: i terribili cappelli rossi griffati Pampero e l’offerta continua di sostanze stupefacenti (l’mdma, a quanto pare, va ancora per la maggiore).
Il pubblico, rispetto all’ultimo concerto di cinque anni fa a Milano (nel parcheggio della fiera di Rho, per la precisione), sembra leggermente cambiato: l’ultimo album, Born in the echoes, ha alzato i giri e ha richiamato una platea più giovane e danzereccia.
Il live, cominciato alle 22.30 spaccate, è partito giocandosi subito la carta più conosciuta: è infatti Hey boy, hey girl a dare il via a un’ora e quaranta di suoni adrenalinici. Ma non di solo cassa dritta vive la serata e la componente visuale è per certi versi predominante, con alcune chicche notevoli (elefanti psichedelici, robot che sparano fasci di luce dagli occhi e ologrammi vari).

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Fra un messaggio di Whatsapp al mio amicone Filo, compagno di scorribande in Erasmus e presente al mio fianco all’ultimo concerto meneghino, e un sorriso complice alla mia compagna di serata (pure lei presente nel 2011, a sancire come la vita sia per fortuna bizzarra e per certi versi circolare), il set scorre fra variazioni di beat, sampling di voci e sequencer scatenati. Da segnalare una Star guitar da applausi e una Do it again davvero dritta e apprezzata. Un percorso musicale variegato, in cui c’è stato spazio persino per una cover dei New Order (Temptation) mentre il protagonista assoluto resta l’ultimo lavoro uscito un anno fa.

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I fratelli chimici mettono sottotraccia Don’t think e chiudono (non in quest’ordine) con Galvanize, Escape velocity e Block rockin’ beats. Di fronte al palco, migliaia di persone scatenate e una spianata di smartphone al cielo intenti a fare foto e video.
Tutto molto bello. Una menzione a parte per la mia canzone preferita: quando è partita Swoon, ho pensato davvero che, come dice il testo, «Just remember to fall in love. There’s nothing else». Senza vie di mezzo o bluff. Se si riesce, sempre ballando. E con i Chemical Brothers è più facile.

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