Carmen Consoli, l’eco di sirene incanta Milano

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Una conchiglia bianca, due chitarre, un violoncello e un violino. Questo è ciò che cattura lo sguardo del pubblico che prende posto all’interno del Teatro dal Verme, questa la scenografia essenziale, nuda e luminosa che caratterizza il tour Eco di sirene di Carmen Consoli, che ha registrato il sold out per tutte e quattro le date milanesi. Martedì 21 marzo ci sono anch’io, seduta in platea, in settima fila centrale, a dieci metri e poco più dal palco, mai così vicina a Lei come in questa occasione. Alle 21 in punto le luci si spengono e fa il suo ingresso Gabriella Lucia Grasso, attrice e cantautrice catanese, accompagnata dal chitarrista Denis Marino, che incanta tutti e strappa applausi a scena aperta con tre brani tratti dal suo nuovo album Vussia cuscenza, uscito lo scorso 3 marzo per la Narciso Records, etichetta indipendente e tutta al femminile fondata nel 2002 dalla stessa Consoli. Una voce dal timbro profondo e verace, quella di Gabriella, viscerale e intensa come la sua terra, talmente coinvolgente che, sebbene il dialetto siculo non sia certo il mio pane quotidiano, mi pare di conoscerlo e comprenderlo da sempre, di sentirne persino il profumo e il calore.

Dopo un brevissimo cambio palco entra Carmen, da sola, camicetta verde lucida, gonna ampia, stivale nero castigato e taccatissimo e chitarra acustica a tracolla. In cima alla piccola scala, al centro della conchiglia, avvolta dal blu, intona il brano di apertura del concerto, Sulle rive di Morfeo, e già dalle prime note s’intuiscono la ricchezza degli arrangiamenti e delle sonorità che impreziosiranno l’intero live. Parole di burro, Fiori d’Arancio, Perturbazione Atlantica e Geisha, eseguite una dietro l’altra, senza dire nulla nè fare altre pause se non per cambiare la chitarra e accordarla (alla fine ne conto sei, ma potrebbero essere pure di più) restituiscono l’anima rock e matura della cantantessa, anticipando Atlantide, che vede l’ingresso del violoncello di Claudia della Gatta e la bellissima Pioggia d’Aprile, nella quale si aggiunge lo struggente violino di Emilia Belfiore, seguite da L’eccezione e dalla potentissima Mio zio, con gli archi che sottolineano il dolore e la crudeltà del testo (e a me regalano tre minuti di pura pelle d’oca).

L’intro di AAA cercasi gioca sul dialogo sonoro tra gli effetti della pedaliera della Consoli e le atmosfere classiche create da Emilia e Claudia, mentre L’ultimo bacio mi riporta alla memoria il live di Taormina del 2001 (di cui ho consumato il DVD). È qui che Carmen si rivolge al pubblico per la prima volta, introducendo il brano che dà il titolo al tour e la doppia accezione del concetto di sirene: «Mitologia a parte, dopo ore di trucco e parrucco eccoci qua, tri fimmini con l’anima salata e un po’ zuccherata. La sirena è anche un segnale di allarme, di pericolo imminente, nei casi più gravi, un segnale di guerra. Quando ho scritto questa canzone avevamo vicino la guerra dei Balcani, oggi assistiamo impotenti ai conflitti in Siria e in Libia, e la guerra sembra essere un trend che non passa mai, anzi sembra evolversi e diffondersi anche nella vita di tutti i giorni, così diventa guerra anche l’impegno quotidiano che i leoni da tastiera riservano per le proprie battaglie a suon di insulti e calunnie, nascondendo il volto e l’identità, o la determinazione di chi, invece di accogliere, compatire, comprendere, sceglie di isolarsi come l’Inghilterra, oppure di costruire nuovi muri, come l’America».

«A proposito di malelingue» è la breve premessa per Maria Catena, che risuona come un requiem solenne e dolente e mi commuovo sulle note di Mandaci una cartolina, scritta da Carmen subito dopo la scomparsa del padre, «una di quelle persone che hanno fatto dell’ironia una filosofia di vita».

«Mio padre, Giuseppe Maria Consoli, amava follemente il rosa. Mia madre si chiamava Maria Rosa, ma non era lei la Rosa di cui parlava. In America c’era Janis Joplin, in Sicilia c’era Rosa Balistreri. Lui mi diceva: quando canti Rosa, devi tenere una mano sul fianco. Gli dicevo che non era possibile, perchè suonavo la chitarra. Voi, quella mano, immaginatela» dice, prima di eseguire Buttana di to ma, in medley perfetto con A’ finestra, a conclusione del concerto.

C’è lo spazio per un lungo bis, che inizia con la delicata Blunotte e prosegue con Contessa Miseria (una delle mie preferite), Confusa e felice, Sud Est e la seducente Ottobre, tratta dalla sua ultima fatica discografica L’abitudine di tornare. In bianco e nero lascia il posto a Questa piccola magia, dedicata al figlio Carlo, e a una versione incredibile di Venere, sul finale della quale Carmen presenta le sue compagne di palco, l’intero entourage e ringrazia il pubblico «perché avete deciso di tornare da me e di accogliermi nel vostro cuore, malgrado io non imperversi nelle radio, non compaia quasi mai in televisione, malgrado io non sia in classifica, voi siete andati contro ogni logica, e siete qui, e io mi auguro di essere sempre alla vostra altezza».

Il teatro è tutto in piedi, gli applausi e le urla riempiono l’aria circostante, Carmen esce, ma rientra dopo pochissimi minuti, per eseguire gli ultimi due brani della scaletta, Quello che sento («Quando io e il mio produttore Francesco Virlinzi l’abbiamo presentata a Sanremo Giovani non pensavamo che ci avrebbero preso, invece ci chiamarono a Sanremo… a chiudere le O però non ci sono ancora riuscita, ma voi mi accettate lo stesso») e Amore di plastica, al termine della quale si ferma a lungo sul palco, regalando sorrisi e inchini a tutti i presenti, che continuano a spellarsi le mani senza sosta.

Esco dal teatro di nuovo innamorata, con le ossa in polvere e il cuore più grande che mai. Grazie, cantantessa mia. Grazie davvero.

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