Calcutta, concerto sold out a Milano

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Se qualcuno dovesse chiedermi qual è secondo me il segreto del grande e incredibile successo di Edoardo D’Erme, classe 1989, in arte Calcutta, non saprei cosa rispondere. Non è un adone, mettiamola così, né s’atteggia come tale; non si veste particolarmente bene (o particolarmente male, che in altri casi illustri ha decisamente funzionato), nu jeans, na maglietta e n’impermeabile; non ha un’estensione vocale da standing ovation e anche l’intonazione delle volte inciampa su sé stessa; i suoi brani non hanno arrangiamenti spaziali o virtuosismi accademici, non si arrampicano su scale diatoniche e nemmeno ci tengono a farlo; non è un animale da palcoscenico, sui social lo si vede di rado e ancora meno in televisione, è riservato e di poche parole, di una sincerità quasi disarmante.

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Eppure, la tappa milanese del suo tour è sold out da un po’, e domenica 11 dicembre l’Alcatraz esploderà sotto le sue note, canterà ogni singola frase delle sue canzoni (qualcuna più forte di altre) e sarà pronto al delirio. Ma perché? Cos’ha di speciale questo ragazzotto di Latina da provocare tutto questo?

Andiamo con ordine:

Primo, un album, Mainstream, uscito nel 2015, prodotto in collaborazione con Niccolò Contessa, leader de I Cani, disco d’oro di quest’anno, dodici tracce talmente indie rock da scriverci un manuale e allo stesso tempo così orecchiabili che basta un solo ascolto per fischiettarle fino all’esaurimento (di chi ti ascolta, perchè a te che ti frega);

Secondo, una manciata di testi accattivanti, pieni di riferimenti di attualità e vicini alla vita quotidiana di ognuno di noi (Non ho lavato i piatti con lo Svelto è una dichiarazione di indipendenza, sappiatelo), ma capaci di immagini romantiche e oniriche da far sospirare persino gli scettici, o quelli che con l’amore hanno dei conti in sospeso, ricche di malinconie profonde e distratte, ma semplici e dirette (Vestiti da Sandra che io faccio il tuo Raimondo, e ho detto tutto);

Terzo, il suo essere esattamente come lo vedi, senza fronzoli o artifici, uno che da sotto il cappuccio ti racconta che sta fumando troppo, che se gli chiedi il bis ti farà per la seconda volta un brano già eseguito, perchè ha terminato il repertorio, che fa cantare il pubblico al posto suo godendosi il momento come fosse un bambino davanti ai regali di Natale;

Quarto, quelli che definisce i suoi padri ispiratori, Lucio Battisti, Lucio Dalla, Luca Carboni e Caetano Veloso, gente che non ha bisogno di grandi presentazioni e mantiene intatta la capacità di influenzare le scelte stilistiche di cantautori come lui;

Quinto, l’intelligenza di scrivere una canzone come questa, adorabile tormentone estivo, uno dei pochi che non mi ha nauseato dopo il secondo passaggio in radio, che ancora gira nel mio stereo quando voglio ingannare l’odore dell’inverno:

A ben guardare, se qualcuno dovesse chiedermi qual è secondo me il segreto del grande e incredibile successo di Calcutta, saprei rispondere con una certa sicurezza. Mancava, uno come lui, nel panorama musicale italiano, ed è una fortuna che ci sia. Teniamocelo stretto.

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