Bruce saluta l’Europa da Zurigo, 35 anni dopo

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La verità è scritta tutta lì. In uno striscione made in Italy firmato da centinaia di travellin’ fans: «The older we get… the harder is to say goodbye». L’Europa invade Zurigo, per l’ultima tappa di Bruce Springsteen nel Vecchio Continente. E sembra un raduno di famiglia, il ritrovo di vecchi amici, la scampagnata di una comunità unita a dispetto delle mille lingue parlate. Ci sono spagnoli, inglesi, greci, francesi, tedeschi, svedesi, belgi, norvegesi e, ovviamente, italiani. Tantissimi italiani. Uomini e donne e ragazzi e bambini che di concerti, in questo tour, ne hanno già visti e parecchi. Ma che non si sognano neppure di mancare all’ultima tappa per rimandare, anche solo di poche ore, di pochi balli, di pochi applausi l’addio (meglio: l’arrivederci) con il rock e con quei sogni pizzicati sulle corde di una chitarra elettrica, con i quali sono cresciuti. È proprio così: più s’invecchia e più è difficile dirsi goodbye, che non sai se ci sarà davvero un’altra volta e che non sai se quella prossima volta poi non rischia di essere veramente l’ultima.13900290_10154401306374595_6134223999336776658_nLa musica non mente mai, e così – proprio come canta Bruce – «faith will be rewarded». E la fede dei travellin’ fans (che il Boss ringrazia perché «Ci date sempre un incredibile benvenuto qua sopra questo palco») viene ricompensata, anche a Zurigo, da un concerto disseminato di perle e di rarità. Dal punto di vista dell’intensità emotiva nulla a che vedere con la doppietta di San Siro e la magica serenata romana, che sono state notti di lacrime e rock ‘n’ roll difficili da vivere altrove, ma ascoltare in una sola notte None but the brave (che in Europa ha un solo precedente, Meazza 2008), Roll of the dice e Jole Blon è un regalo di cui essere grati. Il pubblico svizzero, come da tradizione, è il più freddo tra quelli incontrati durante il viaggio europe. Per fortuna ci pensano i travellin’ fans a saltare e a cantare e a battere le mani fin dal primo «one, two, three, four». Ma il Boss sa scongelare anche le anime più gelide e alla fine, dopo tre ore di musica condita a pioggia, ti volti e te li ritrovi tutti quanti con le mani al cielo, dita tese ad afferrare ogni nota per impedir loro di fuggir via così presto. Sempre troppo presto.

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Zurigo, per molti italiani, è stata la prima data live di Bruce: River tour 1981. Trentacinque anni dopo di quell’album nella scaletta dell’ultima tappa europea del River tour 2016 resta pochino. Ma con Trapped (richiesta con un cartello geniale da una bimbetta di neppure 10 anni in spalla a suo papà), Atlantic City, una scatenata Murder Incorporated e una commovente American skin, l’assenza delle chicche di The river la si può anche perdonare.

Mary’s place, estratta dal cilindro quando nel cielo sopra lo stadio Letzigrund la pioggia si fa più intensa, sembra una scelta perfetta. Bruce canta «Familiar faces around me, laughter fills the air, your loving grace surrounds me, everybody’s here… I lose myself in the crowd: let it rain let it rain let it rain» ed è come se si rivolgesse a ognuno dei presenti. A quei volti familiari che non mancano mai sotto il palco. Alle risate che riempiono l’aria a ogni concerto del Boss e della E Street Band. «Mi perdo nella folla… lascia che piova!», urla circondato dal pubblico.

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I sogni, soprattutto quelli più belli, evaporano in fretta. E anche questo concerto e questo tour arrivano alla parola fine. Springsteen decide di rinunciare a un saluto intimo solo chitarra e voce, depenna This hard land dalla scaletta e richiama la band agli strumenti per una scatenata Twist and shout.

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Bye bye Europa. L’avventura finisce qui. Era iniziata con una data esaltante a Barcellona a metà maggio. La musica del Boss aveva attraversato Germania, Portogallo e Inghilterra ma secondo molti stentando a decollare. Poi, a Dublino, i primi segnali che sarebbe stato comunque un tour indimenticabile. E ancora Londra. E il Nord Europa. Ma l’apice, lo zenith, la stella polare di cos’è stato l’abbraccio del rocker del Jersey al Vecchio Continente è tutto italiano. San Siro, indimenticabile. Roma, come sopra. Tre date che hanno lasciato il segno nei cuori, sulle guance rigate dalle lacrime, sui palmi delle mani infuocati dagli applausi, negli occhi stravolti di meraviglia e gratitudine alla fine dello show.

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Si chiude con una grigliata in riva al lago e uno striscione che sa già di verità: «The older we get… the harder is to say goodbye». Tornerà, forse. E se lo farà una cosa è certa: saremo tutti là, ancora una volta, a riempire lo zaino della vita di sogni e di emozioni. Perché ogni singolo travellin’ fan, alla fine, è irrimediabilmente e meravigliosamente prisoner of rock’n’roll.

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