Bruce a Roma: Circo Massimo serenade

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Federico festeggia la maturità così: con il suo primo concerto di Springsteen, l’eroe musicale di suo padre. The river è la canzone che vuole assolutamente ascoltare e sulle prime note di armonica chiude gli occhi e le lacrime cominciano a scivolare lente.

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Dicono che a un live di Bruce bisognerebbe sempre mettersi accanto a un esordiente dei suoi concerti per capire l’effetto che fa. «Sono choccato», commenta dopo 3 ore e 52 di rock in un Circo Massimo che trasuda – manco dirlo – l’intero spettro delle emozioni migliori dell’animo umano. Choccato dalla vita che la sua musica sa regalarti.
Come tre anni fa Springsteen infiocchetta per «La città più bella del mondo… daje, Roma» (parole sue!) una di quelle rarità che ogni fan vorrebbe sentire almeno una volta dal vivo (per la bella e fortunata città eterna siamo già a due): New York City serenade apre l’ultima data italiana del Boss. Accompagnata dagli archi della Roma Sinfonietta, la E Street Band regala la sua gemma. «Walk tall, or don’t walk at all», canta Bruce davanti ai 60mila del Circo Massimo.
Dieci minuti di vita non sono mai uguali. Dieci minuti si perdono nella memoria di un’esistenza. Ma ci sono anche quei rari dieci minuti che restano, ti si attaccano tenacemente al cuore come i dieci minuti di New York City serenade.

Con un esordio così si vince facile. Bruce ringrazia la Roma Sinfonietta e riparte con Badlands. L’acustica perfetta della storica spianata capitolina è alleata della scarica di energia che il rock di Springsteen inietta nel pubblico. Il Boss non leva gli occhi di dosso al suo pubblico: scruta ogni singolo cartello-richiesta per trovare ispirazione e la trova già alla terza con Summertime blues, per il quale – è noto – «non c’è cura». Il contatto con la sua gente è costante. Bruce invita il Circo Massimo a cantare e, come già avvenuto a San Siro, «la voce dei fan italiani» colpisce la E Street Band: «Ancora una volta il pubblico diventa la band», twitta Nils Lofgren a fine concerto.
Il live continua con un lungo assaggio da The river a partire da The ties that bind, quindi Sherry Darling, Jackson Cage, Two hearts, la meravigliosa Independence day («una canzone che parla di padri e figli»), Hungry hearts con la corsa tra il pubblico (e con tanto di selfie con una spettatrice) e Out in the street. Il filotto di canzoni da The river viene interrotto da due richieste: una travolgene versione di Boom boom e uno scatenato Detroit medley. Springsteen ha voglia di ritmi intensi, di rock che fa saltare e così prosegue con You can look but you better not touch (la moglie Patty non capisce le indicazioni del consorte quando lui chiama la canzone, così il Boss improvvisa sul palco un mimo portandosi le mani a mo’ di binocolo sugli occhi) e Death to my hometown.

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Ma il rock del Boss non è solo energia e divertimento, ma anche impegno ed ecco subito una struggente versione acustica di The ghost of Tom Joad per i lavoratori che combattono per il posto e il salario e più avanti una commovente Land of hope and dreams dedicate ai fratelli francesi colpiti dalla tragedia di Nizza. Nel mezzo c’è tempo per The river e per le lacrime di Federico, per la solita intensa Point blank, per Drive all night, per Promised land e per un’altra rarità suggerita dall’ennesimo cartello: Tougher than the rest.
I bis si aprono con i Rangers e il loro appuntamento ad Harlem in Jungleland, prima di accendere la consueta macchina fatta di salti, ballo, divertimento che chiude tutti i concerti di Bruce. C’è un Max Weinberg scatenatissimo su Born in the Usa, c’è il «Tramps like us» di Born to run, c’è da scalare il muro del suono delle chitarre di Ramrod, c’è il placo pieno di spettatori ballerini in Dancing in the dark, c’è la divertentissima Shout! e il saluto a Clarence Clemons e a Danny Federici di Tenth avenue freeze – out. Il finale è come sempre armonica e chitarra. Le parole del Boss mentre introduce la 34esima e ultima canzone della notte romana suonano sinistre e hanno il sapore dell’addio quando dice quanto ami il pubblico italiano e quanto sia stato meraviglioso vivere gli anni della carriera circondati dall’affetto dell’Italia. Quindi attacca una Thunder road cantata a 60mila voci e riaccende la speranza con un: ci rivedremo.

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I tre live italiani del Boss si chiudono con 58 canzoni diverse suonate in tre serate. Ma questa è solo statistica e da sola non riesce a spiegare perché migliaia di persone tornano a ogni suo concerto, si sobbarcano code, attese di ore, viaggi in giro per l’Europa e per il mondo, zoppìa post concerto, schiene doloranti, scottature per le ore trascorse sotto il sole. La risposta ai perché che ogni springsteeniano si sente rivolgere sono le lacrime di Federico su The river, è l’assordante silenzio di Alice che a fine concerto deve impegnarsi a dare un nome a tutte le emozioni vissute in quelle 3 ore e 52 minuti, sono le facce stravolte di Luca e Fabrizio mentre tentano di immortalare ogni istante coi loro telefoni sperando di portarsi via dal Circo Massimo l’energia del Boss, sono la commozione di Francesco che al concerto ha portato il suo nipotino, è Mauro che sente già la malinconia, è lo sguardo fisso sul palco ormai spento di Alessandro e Jessica che pare implorare: ancora… e ancora…. e ancora… è il sorriso di Federico, identico a quello di un bambino in un negozio di giocattoli. Sono il tappeto di cuori rossi che ha accolto Bruce sul palco, sono 120mila mani protese al cielo, sono voci afone il giorno dopo.

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Bruce è questo e tanto altro. Musica come sorsate di vita, gioia che massaggia i cuori, sogni che non ti tradiscono, promesse mantenute, amicizia che non si dissolve. Esci dal Circo Massimo con la convinzione che se la vita fosse un concerto rock, Nizza sarebbe una bella passeggiata in riva al mare e non corpi straziati stesi sull’asfalto, la Turchia una terra di storia e di speranza e non diritti negati e soldati che sparano sui civili. Non c’è spazio per l’odio sul pentagramma.
Lights go out… ma se e quando si riaccenderanno saremo ancora tutti lì sotto quel palco. A celebrare una delle emozioni più sincere che la vita può regalarti.

(Foto di Mauro Albonico)


AVE, BRUCE: BLUESATORI TE SALUTANT

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E prendiamo ancora un po’ di spazio per parlare di un altro miracolo. La Treves Blues Band è entrata nella storia con la sua performance per scaldare il pubblico del Circo Massimo. È durissimo ricevere il compito di esbirsi prima di quella macchina da guerra che era ed è la E – Street Band. Una missione da far tremare i polsi. C’è chi non se ne cura, come i pur bravi Counting Crows, che, però, non hanno saputo creare la giusta empatia con il pubblico. E poi c’è il Puma di Lambrate. Fabio Treves è un uomo simpatico, un armonicista di grande levatura, un conoscitore enciclopedico delle strade del blues e, a suo modo, un Boss, il Boss della sua band che ha superato i quarant’anni di vita (è coetanea della E-Street). Ma questo non basta per affrontare 60mila fan sfegatati… di un altro artista. Certo, ci sono i fan della TBB che son venuti giò con la piena dalla Lombardia, ma non era facile convincere tutti. Invece Fabio con Alex The Kid Gariazzo e Massimo Serre e con gli amici Guitar Ray e Gab D hanno steso il pubblico del Circo con una perfetta sequenza di blues che si è guadagnata anche un like di spessore quando Springsteen in persona è apparso a lato del palco innalzando il pollice verso Fabio e i suoi. Un grande momento per una grande band!

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1 commento

18 luglio 2016 alle 7:46

Ho già ringraziato Paolo su Twitter ma non basta. Sono veramente commossa da quanto risuonino le sue parole .ho letto tante recensioni ma nessuna ha capito ed espresso la sottile e potente anima della bellezza dei concerti del Boss. Evviva le parole vere

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