Bobby Solo, re del rock al Cantugheder

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Cose che avrei voluto fare se fossi stata giovane e sgarzola negli anni Sessanta: indossare con disinvoltura minigonne e abiti geometrici, scorrazzare in Lambretta d’estate, gonfiarmi i capelli all’inverosimile, tirare mattina nei locali a ballare il twist o lo shake, assistere ad un concerto di un mito come Bobby Solo.

Escludendo a logica le prime tre (che il giorno in cui mi doveste vedere in motorino vestita a triangolo coi capelli cotonati siete pregati di chiamare la neuro) e a buon senso la quarta, venerdì sera ho avuto la fortuna di veder realizzata la quinta. Bobby Solo, al secolo Roberto Satti, 71 anni portati splendidamente, si è esibito con la sua band sul palco della rassegna estiva  Cantugheder, davanti a un pubblico ammirato che, a mio parere, ha fatto l’errore di pensare che fosse un live da godersi seduti, mentre inevitabilmente le gambette battevano nervose sulla ghiaia (non tutti, a dire il vero, qualcuno si è lasciato andare e ha ballato, regalandosi un momento di grande felicità). Bobby apre con Blue Suede Shoes di Elvis Presley, dichiarando esplicitamente il suo amore per il Re del Rock, che conferma con All Shook Up e una bella versione di Little Sister.

20160722_234947Energico e autoironico, con il suo impeccabile ciuffo, racconta delle sue passioni e di quegli anni travolgenti, scherzando con il pubblico sulla sua età e sui tempi che cambiano. Promette di eseguire i suoi più grandi successi, ma prima dà spazio a Rip it up di Little Richard e a Unchained melody dei Righteous Brothers (ma entrambe erano anche nel repertorio di Elvis che resta il suo più grande punto di riferimento), sulla quale tutti ci immaginiamo esperti vasai (e non dite di no perchè l’istinto di modellare l’argilla appena parte il pezzo scatta a tutti). Poi arrivano, accolte con una grande ovazione, Siesta (Cantagiro 1968), Se piangi se ridi (con la quale vinse il Festival di Sanremo nel 1965), Una lacrima sul viso (due milioni di copie vendute), Zingara (spartita con Iva Zanicchi nell’edizione del 1969 della kermesse sanremese, vinta a man bassa) e Gelosia («La faccio, tranquilli, vivo o morto ma la faccio»).

20160722_234830Bobby, diventato Bobby Solo per un fraintendimento (pare che la allora segretaria della casa discografica Dischi Ricordi – correva l’anno 1963 – nell’atto di “battezzare” la nuova rockstar, avesse compreso male le parole del boss Vincenzo Micocci «Chiamiamolo all’inglese, Bobby. Solo Bobby»), ringrazia il pubblico, gli organizzatori e i suoi musicisti, e non si può fare a meno di volergli bene, come a un nonno (o un papà, che mica parliamo di Matusalemme, suvvia) grande e buono che ascolteresti per ore, con chitarra o senza. Sul finale, ancora un omaggio ad Elvis, con quella My way scritta da Paul Anka sulle note di Comme d’habitude di Claude François e resa famosa da Frank Sinatra nel 1968, seguita da Nun è peccato, canzone del 1958 di Peppino di Capri, per il quale esprime grande ammirazione.

La standing ovation che lo accompagna mentre si congeda e scende dal palco e la piccola folla che si accalca alle transenne per strappare un autografo o una fotografia (selfie, si chiama selfie, accidenti) son il chiaro segno di un successo che travalica le generazioni e il tempo, il giusto riconoscimento per l’umiltà, la forza e il talento di questo uomo, che potrebbe tirarsela o, per citare un amico, «piangersi addosso, lamentarsi o fare il patetico», invece suona e canta con voglia e passione, non si prende sul serio, stringe mani, dispensa sorrisi e racconta aneddoti con rara genuinità.

Chi ha fatto la storia non ha certo bisogno di narcisistiche conferme o esternazioni dolorose. Chi ha fatto la storia sorride, sopra e sotto i baffi. O sopra e sotto il ciuffo, che forse è anche meglio.

 

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