Beware the selvadic, release party per il nuovo disco dei Trewa

0 1844

Ogni volta che esce il disco nuovo di una band che ci mette anima, cuore e talento è sempre motivo di festa; se poi i componenti sono persone in gamba a cui si vuole bene, e che di sacrificio e sudore ne hanno speso parecchio, l’evento diventa ancora più importante. È quindi con una certa trepidazione che ho incontrato i Trewa, in occasione della loro diretta su CiaoComo Radio di lunedì 24 ottobre per Il Muro del Suono (qui il podcast della puntata), per sapere proprio tutto sull’album appena uscito e raccogliere curiosità sui loro progetti futuri.

band2Ragazzi, facciamo una premessa: quando e come è nata l’avventura Trewa?

I Trewa sono nati nel 2009 a seguito della pubblicazione di At the firelight, un disco natalizio acustico di ballate medievali e tradizionali rivisitate in chiave prog-rock da un’idea di Luca Briccola (chitarre – basso – flauti) insieme a Marco Carenzio (voce), Filippo Pedretti (violino) e Sabrina Noseda (arpa e voce), tutti facenti già parte della prestigiosa Celtic Harp Orchestra di Fabius Constable. A seguito del discreto successo dell’album che venne scaricato più di tremila volte e a un ampliamento della formazione con l’ingresso di Mirko Soncini (batteria), Joseph Galvan (basso) e Serena Bossi (voce) in sostituzione di Sabrina Noseda, nel 2012 abbiamo pubblicato Many meetings on a blithe journey distribuito dalla Mentalchemy Records. Da questo disco in poi ci siamo ispirati alla scuola progressive folk di fine anni sessanta, dai Fairport Convention ai Pentangle, dai Jethro Tull ai Gentle Giant, rimescolando e contaminando tutto con stili e generi musicali di tutto il mondo, dal funky al blues, alla disco, dal metal alla musica medievale, che troviamo estremamente affascinante, perché ha melodie molto più complicate di quelle odierne, brani da sei / sette accordi diversi per giro, armonicamente e ritmicamente molto elaborati. Noi siamo tutti di attitudine abbastanza rockettara e metallara, se ci metti dentro anche questa spezia ottieni quello che stiamo facendo adesso, che è difficile da collocare, perché è una miscela di tante cose diverse. Nel momento in cui abbiamo cercato di vendere e distribuire questo disco, ci hanno detto che era troppo celtico per finire nella distribuzione progressive e troppo prog per finire nella distribuzione folk. Quindi è difficile darci una definizione, quando ci chiedono che genere facciamo non sappiamo proprio cosa rispondere. Questo è però il nostro punto di forza, ci permette di arrivare a pubblici diversi, a suonare in posti diversi. Ci interessa che ciò che facciamo piaccia a noi e alla gente, le nostre melodie sono immediatamente riconoscibili, perché il folk è accattivante e orecchiabile.
Nel 2013 la formazione si è completata con l’arrivo di Lucia Amelia Emmanueli (voce e flauto traverso) a copertura del ruolo lasciato da Serena Bossi, e di Claudio Galetti (voce) in sostituzione di Marco Carenzio.

14095697_1783152421898946_5894142459805776799_nIl 31 ottobre è uscita ufficialmente la vostra nuova fatica, Beware the selvadic. Come suona questo disco?

Questo disco suona in modo diverso dal precedente ed è, all’apparenza, meno omogeneo, ma sicuramente più vario e interessante. I dischi precedenti erano acustici, dalle atmosfere invernali, nel 2009 non c’era ancora il gruppo, eravamo in tre, era un progetto solo da studio; quando ci siamo accorti che ci piaceva quello che stavamo facendo e piaceva anche alla gente, abbiamo deciso di fare sul serio, e il primo disco è stato sviluppato tutto da Luca nella sua cameretta / studio, aiutato, per la batteria, il basso e le parti femminili da alcuni vecchi compagni di altre band, da lui appositamente contattati. Dopo averlo stampato, ci siamo conosciuti tutti alla prima prova in studio, perchè fino ad allora ognuno aveva lavorato su tracce separate e in momenti diversi. All’inizio, venendo tutti da un background metallaro, ci siamo scontrati con questo disco acustico e abbiamo avuto qualche problema nel suonarlo, perciò abbiamo aggiustato un po’ il tiro. Dopo l’arrivo di Lucia abbiamo iniziato a scrivere pezzi nuovi più adatti al suo timbro vocale e al tipo di concerti che ci proponevano. Con la sostituzione della voce maschile abbiamo potuto spingere un pochettino di più ed è venuto fuori questo disco, che è una sorta di compromesso, perché nei nostri piani il terzo album doveva essere un concept di una storia inventata legata alle leggende antiche della provincia di Como, un progetto impegnativo, che Luca ha iniziato a scrivere nel 2013, ma che sarebbe stato un salto troppo eccessivo rispetto ai due dischi acustici precedenti, molto più morbidi. Due anni fa volevamo fare un ep da far girare nei locali a scopo promozionale, il nostro obiettivo era trovare le date, ma avevamo a disposizione solo brani acustici da far sentire, mentre noi avevamo già cambiato mood. Diciamo che l’ep è degenerato, ed è diventato un disco di  13 brani, che adesso suona esattamente come piace a noi. Il concept è ancora nel cassetto, prima o poi uscirà, anche se forse in mezzo ci sarà un altro album di transizione.

drakkarock_2016_day-1_27Beware the selvadic è un disco autoprodotto, al quale hanno partecipato parecchie persone…

Sì, e ne siamo contentissimi. Abbiamo avuto l’onore di ospitare molti artisti, Melissa Milani alla piva, Richard George Allen nei panni del narratore, Rossana Monico all’arpa, Rossano Volontè ai whistles, Irina Solinas al violoncello e Riccardo Tabbì al bodhran. Ringraziamo inoltre Matteo Musazzi per le fotografie scattate al castello di Pomerio e Mattia Zoanni per la copertina, per la quale ha voluto recuperare l’idea dell’album precedente, un albero disegnato con la china. Mattia poi ha voluto inserire gli elementi che ricorrono nelle canzoni, dall’uomo selvatico e The quite lady ai falchi di Where the hawks wait ready, dai funghetti di Olaf the stoner alla pergamena con l’incantesimo per animare il golem di Clayton, dal timone di White sail alla spada di A shimmering sword , dalla pistola di The soldier’s scars al sangue di Skaldic kin. Avevamo scelto di pescare temi folkloristici da tutto il mondo, come ad esempio, una ballata medievale andalusa, un tema irish, uno klezmer, uno country, un brano che ammicca al bluegrass, un altro che rievoca melodie mediorientali, ma tutti brani sono riscritti con uno stile totalmente diverso; ad esempio, Clayton, basato sul klezmer tradizionale Odessa bulgarish, il cui tema originale è stato scritto per il violino, è diventato un brano funky disco metal, o Where the hawks wait ready, brano dalle atmosfere irish, è stato riarrangiato in versione metal rockabilly.

C’è un filo comune che lega tra loro tutti i brani del disco?

L’idea era quella di esplorare un po’ il concetto di selvatico, che solitamente si applica alla natura e al mondo animale, ma che riguarda anche aspetti della cultura, miti e leggende del passato, tradizioni ancestrali, folklore e tutto ciò che viene tramandato attraverso le generazioni. Come nel disco precedente, la scusa è sempre quella del viaggio, nel tempo e nello spazio, un po’ per i generi musicali che arrivano da diverse parti del mondo e un po’ per le epoche attraverso le quali ci muoviamo, ma con toni più scuri e torbidi, tinte noir e sonorità cupe, oniriche e psichedeliche. Anche i colori delle copertine sono diversi, l’altro aveva tonalità calde, questo solo nuances fredde. Una sorta di alter ego, due facce della stessa medaglia.

Quando e dove si terrà il release party dell’album?

Il release party si terrà il 16 dicembre al Centrale Rock Pub di Erba, e divideremo il palco con gli Atlas Pain, un gruppo epic metal di Milano. Il 20 gennaio saremo al Bros – Valhalla Rising di Borgo Ticino, in provincia di Novara.

A dirvela tutta come si deve, il disco è proprio bello. Amici che fanno cose di qualità, e le fanno pure bene. In bocca al lupo, Trewa. Che il selvatico sia con voi.

Lascia un commento