Ben Harper and The Innocent Criminals, grande attesa al Forum di Assago

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«Presenta Ben Harper, dai», dice. Ecco. Facile. A parte il fatto che vorrei che qualcuno lo presentasse a me (del tipo: «Oh, Ale, conosci il mio amico? Lui è Ben, Ben Harper», mentre la mia faccia si sgretola all’istante al primo sguardo e le ginocchia mi cedono che poi vai a cercarli chissà dove, i menischi), come si fa a presentare uno dalla carriera più che ventennale, con quattordici album all’attivo (senza contare raccolte e performance live), milioni di vagonate di dischi venduti, un fantastiliardo di concerti in tutto il mondo e una lista di collaborazioni artistiche lunga un chilometro? ben-harperCome si può mantenere un certo aplomb davanti a brani come By my sidePower of the Gospel, Roses from my friends o Excuse me Mr? Come si riescono a mantenere i nervi saldi e le giunture in sede se lui ad un certo punto intona una Sexualing healing di Marvin Gaye da smuovere le viscere? E poi, cosa succede se con i suoi fedelissimi criminali innocenti decide di esibirsi a Milano proprio il giorno del tuo compleanno? Succede che, ad esempio, una cospicua manciata di mesi prima e dopo aver lanciato dei messaggi tutt’altro che subliminali, i tuoi amici ti regalino un favoloso biglietto per il parterre del Forum di Assago proprio per quel giorno lì, venerdì 7 ottobre, e tu improvvisamente regredisci ai fantastici diciannove, al primo anno di università e a quell’entusiasmo per l’impegno politico e la difesa dei diritti civili, condiviso nelle aule e alimentato dai libri, a quegli anni Novanta in cui Benjamin Chase Harper incontra Juan Nelson (basso), Leon Mobley (percussioni) e Oliver Charles (batteria), fondatori della band The Innocent Criminals, con i quali registra il suo secondo album, Fight your mind del 1995. Dieci anni dopo si aggiungono il tastierista Jason Yates e il chitarrista Michael Ward, che estendono e definiscono il sound e diventano, citando lo stesso Harper, «una famiglia, compagni di viaggio e di vita».

ben-harper-on-stage-at-radio-city-music-hall-credit-melissa-nicholsonEclettico, versatile, figlio d’arte, capace di spaziare dalla black music al blues, dal soul al funk, dal rock al jazz, innamorato del suono della chitarra acustica «in cui affondano le radici della cultura americana», Ben è uno di quegli artisti che non si può non amare, fosse anche solo per la profondità di alcuni testi o l’universalità dei suoi messaggi, in perenne bilico tra condanna e assoluzione, tra denuncia e speranza, tra rassegnazione e conforto. Un musicista che sa reinventarsi, sincero e cortese, mai eccessivo, mai esasperante, dalla voce calda e piena, carismatico quanto basta e bello come il sole. Perchè sì, diciamocelo, Ben Harper è, per dirla con malcelata eleganza, un tocco di figo mai più finito, dallo sguardo intenso e dal bicipite sanguigno, che invecchia con sobrietà e discrezione, che se ne frega del gossip e della ribalta mondana, che ti fa riacquistare un po’ di fiducia nel genere umano, che fa la musica che gli piace, che sa fare e che gli riesce bene. Certo, negli ultimi dieci anni forse si è un pochino perso, un po’ per noia e un po’ per necessità (e non sempre con risultati esaltanti), ma è tornato, agli Innocent Criminals e a quella miscela di generi che fanno di lui quello che è, un guascone californiano che si diverte ma sa anche affrontare temi scomodi e pruriginosi, con lo stile che da sempre gli appartiene. L’ultimo album Call it what it is, uscito quest’anno, è stato definito un disco autoreferenziale, un po’ come certe storie non finiscono/fanno giri immensi e poi ritornano, per dirla alla Venditti. E meno male, dico io. Perchè Ben Harper canta Ben Harper è il miglior regalo di compleanno che potessi desiderare. Senza alcun dubbio.

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