Anna von Hausswolff: un concerto tra riflessi e sussurri di ultraterreno

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Andare a un concerto «a scatola chiusa» significa lasciarsi la possibilità di aprire quella scatola e trovarci dentro qualcosa di sorprendente – qualcosa di inaspettato. Così è andata, per quanto mi riguarda, con Anna von Hausswolff. Era sì e no una settimana che avevo iniziato ad ascoltare qualche pezzo della cantautrice svedese. Detto in tutta onestà, la sua musica mi pareva decisamente estranea ai miei gusti. Ma ho deciso di darle – e darmi – un’occasione: a lei, di stupirmi; a me, di ampliare i miei orizzonti. Con una buona mezz’ora di ritardo, Anna e gli altri cinque elementi del suo gruppo appaiono sul palco dello Studio Foce, sbucando da un’onirica nube blu. Scopro che Anna suona (anche) l’armonica, e che le corde di un basso o di una chitarra possono essere pizzicate non solo a mano, ma anche con archetti per violino e bacchette per batteria. Sul secondo brano eseguito dall’ensemble fanno capolino anche le percussioni. Il pezzo è un crescendo che si interrompe sul ruvido suono dell’armonica, per poi ritornare ritmato e intenso grazie ad un riff di chitarra e all’ipnotica voce di Anna.

Si prosegue con The hope only of empty men, traccia dai toni epici appartenente all’ultimo album The miraculous. Riaperti gli occhi dopo qualche minuto di voluta cecità per meglio immergermi nell’ascolto, ritrovo Anna in ginocchio, china sotto il sintetizzatore – organo. Quello che segue è un inno alla natura, forse spettrale o, quantomeno, cupo, che investe il pubblico in tutta la sua potenza, come un fiume. La band si ferma qualche istante e, dopo aver lodato Lugano per la sua pittoresca bellezza, riparte con un pezzo più calmo e orecchiabile. Anna, lasciata la sua usuale postazione, si mescola ai presenti e intona Stranger. Vista da vicino, è una piccola ninfa scalza – penso tra me e me.
Ma i miei sproloqui mentali vengono presto polverizzati: il pezzo successivo è così vibrante da far caracollare a terra una delle chitarre, arresasi alla forza dei decibel. Il gruppo fa brevemente tappa in camerino e rientra per l’encore, che vede Anna ad un ennesimo, diverso strumento – la chitarra. Qualche ringraziamento e inchino e l’ensemble lascia la scena, mentre io comincio il mio solito tragitto – post – concerto verso la stazione.
Rincorrendo l’ultimo bus nel centro di una Lugano stranamente viva – del resto è un sereno venerdì sera – ripenso a quel che ho potuto ascoltare e a quanto ciò contraddica l’esile, aggraziata e quasi angelica persona della cantautrice svedese. Ad ogni modo, l’«esperimento scatola» è riuscito: nonostante i concerti con le sedie e gli applausi non siano esattamente nelle mie corde, avrei fatto male a perdermi questa serata, una serata di musica, un’arte terrena, in cui tutti i presenti hanno potuto scorgere qualche riflesso e percepire qualche sussurro di ultraterreno.

(Foto di apertura di Alessandro Benedetti).

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