Ancora magici intrecci di chitarre a Menaggio

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Coccolato da una dolce brezza e accompagnato da un leggero brusio di sottofondo, il Festival Internazionale della Chitarra si prepara a dare inizio alla sua seconda serata. Paolo Devecchi e Salvatore Seminara inaugurano la serie di performance in piazza Garibaldi a Menaggio: si tratta di una coppia di artisti di formazione classica, musicisti tanto lontani dal mio mondo che non avrei mai immaginato potessero colpirmi così tanto. Con un esordio «un po’ pazzerello» (così definito dai musici, che propongono un barocchissimo Vivaldi) capto i dolci suoni prodotti dalle dita dei due maestri, che sin dal principio tentano di avvicinare la loro musica alla comprensione del pubblico attraverso delle brevi introduzioni alle canzoni. Suonano Happy, brano breve e incisivo, e poco dopo arrivano a trattare un tema che mi è particolarmente a cuore con l’esecuzione di due pezzi scritti nel segno dei fari bretoni. Voi vi chiederete: «Fari bretoni??» Sì, fari bretoni. La Bretagna, con il suo oceano, le sue scogliere, è parte della mia esistenza. E i fari bretoni sono inevitabilmente piantati nella mia anima (un giorno, forse, vi racconterò il perché). Insomma i due artisti, fra parole di Jules Verne e racconti dal profondo Nord, sono riusciti a farmi commuovere.

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Il concerto prosegue e dopo un paio di brani il palcoscenico va in mano alle Ginger Bender, duo milanese dalla rara luminosità. Le musiciste aprono con un’energica cover di Caravan, noto pezzo di Ellington; ci mandano fuori di testa con un’originale versione dello storico St. Louis Blues; propongono loro brani come This song about e Five; ci regalano freschezza, vita, iniettano pura adrenalina nelle gambe con Press my button (Ring my bell), “porno blues” degli anni Trenta. A fatica il pubblico saluta le due abilissime artiste.

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Stiamo però per dare il benvenuto a Sergio Arturo Calonego, impressionante musicista, narratore di storie dissonate, genio della chitarra che ci presenta un repertorio profondamente sentito e vissuto. Dopo essere passati ancora una volta per gli anni Trenta grazie a una Robert Johnson’s song, Calonego incanta gli spettatori attraverso la sua profonda introspezione. Suona Sweet, canzone d’amore, per poi passare a un pezzo dedicato all’Italia, da lui pensato perché potesse avere il sapore di spaghetti e di Alberto Sordi; ci parla di come si sia innamorato dell’Andalusia e di come abbia tentato di elaborare una fotografia in musica di quella terra: in tutta questa narrazione musicale vedo in lui una straordinaria bravura tecnica che va a fondersi con la poesia esistenziale radicata nella sua opera. E con l’incantevole brano Sotto la pioggia si chiude la seconda serata del Festival, che con questo particolare sabato sera ci ha proiettati in un universo musicale che raramente appare così ampio: grandi prospettive e alta qualità in Piazza Garibaldi a Menaggio.

(Foto di Alice Pini, video di Laura Bianchi)

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