Amused by Muse: trionfo ad Assago

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20160518_21235718 maggio, Forum di Assago, Milano. Dopo un’attesa di quasi nove mesi (con meno nausee e caviglie gonfie che in gravidanza, per fortuna) arriviamo, sudate e contente, per la quarta delle sei date che quei geniacci dei Muse hanno pensato bene di organizzare su suolo italico per il Drones world tour. Io e le mie tre compagne di merende e concerti consultiamo i biglietti (bellissimi, oltretutto, carta patinata lucida tutta colorata in stile «prova a strapparli male al cancello ed è l’ultima cosa che fai, OminodeiTicket») e spariamo di corsa verso l’anello C, convinte che faremo compagnia ai piccioni per tutto il resto della serata, e che riusciremo giusto a distinguere Dominic da Matthew perché uno suona seduto e l’altro ci auguriamo di no. Appena facciamo capolino tra gli spalti lo vediamo: un palco enorme nel bel mezzo del parterre, composto da una pedana centrale (che poi girerà su stessa per tutto il concerto) e due passerelle che portano ad altre due pedane, una a sinistra e una a destra. A guardarlo bene pare un gabbiano obeso dalle ali distese, un immenso volatile ipertecnologico dalle mille aperture, sulla pancia del quale spicca orgogliosamente la batteria del buon Howard, vero fulcro intorno al quale ruota tutto. Perché, diciamoci la verità, i Muse sono il batterista. Sì, Bellamy scrive bene, canta meglio, è un mostro con la chitarra, è mezzo lariano, ha anche un bel personalino, per carità;  il basso di Wolstenholme ti fa tremare la sedia e lo stomaco, è preciso, grosso, imponente, non gli si può proprio dire nulla. Ma quello che fa il biondo con quelle due braccia lì è qualcosa che lascia a bocca aperta. Picchia sui tamburi come se da quello dipendesse la sua vita e la nostra. Ha una potenza e una presenza scenica che levano il fiato, non sbaglia un colpo, è pulito, cattivo ed elegante.
20160518_211746Il concerto inizia qualche minuto dopo le nove, con l’ingresso di quelli che, a prima vista (e ce ne vogliono pure una seconda e una terza, di viste, dall’anello C, soprattutto al buio) sembrano gli Stormtrooper di Lucas, mentre dal soffitto calano dodici sfere bianche e vuote, che iniziano a fluttuare nell’aria. Da questo momento in poi si srotolano due ore intense, serrate, senza pause, Matthew e Chris corrono da una parte all’altra, Morgan Nicholls e le sue tastiere stanno al centro, in una buca alle spalle di Dominic, tutto intorno è un susseguirsi di immagini, luci, laser, ologrammi proiettati su impalpabili teli; il suono arriva da tutte le parti, il palazzetto pulsa e vibra, come un’enorme astronave sul punto di partire o esplodere, e ti passa anche il fastidio di non essere a saltare nel parterre, perché, anche dall’anello C, si vede quello che si deve vedere e soprattutto si sente tutto. Su Supermassive black hole perdo ragione e senso del pudore, Time is running out riduce le menti al delirio (anche se, inflazionato com’è, questo pezzo ci ha pure un po’ stufato), Madness è oggetto di karaoke sfrenato grazie al testo che lampeggia sugli schermi sopra di noi (e l’assolo di chitarra rende di più che nella versione da studio) e una Mercy potentissima, sul finale, vede il Forum riempirsi di coriandoli e stelle filanti, sparati da cannoni posti sotto il palco, come nei galeoni spagnoli del Cinquecento.

Mezz’ora prima del congedo, una navicella spaziale ruota e plana sul pubblico, mentre l’atmosfera si riempie di pathos e misticismo, quasi dovessero ripartire per tornare a casa, questi quattro alieni di nero vestiti e strumentodotati. Un lieve senso di inquietudine ed eccitazione serpeggia tra i presenti, generazioni cresciute a pane, salame e Star wars si stringono intorno a cyborg e droni che compaiono, a intervalli regolari, sui monitor appesi al soffitto. Alle 23 e rotte l’ultimo colpo di cassa chiude il concerto, i Muse abbandonano gli strumenti, salutano, ringraziano e vengono inghiottiti dall’antro da cui sono venuti, sparendo di nuovo nella pancia del gabbiano, senza uscirne più. Attimi di esitazione, si accendono le luci, e insieme a esse la musica diffusa.
Confesso, ci coglie un filo di delusione. Ci si aspettava un finale canonico, la band che esce, che rientra acclamata, che la butta in caciara e se ne va dopo aver regalato altri due o tre pezzi fatti a modino. Invece no, dopo un concerto eseguito “a mestiere”, senza momenti morti né incertezze, ci si è guadagnati il diritto di andarsene da vincitori, senza ripensamenti, e chissenefrega se questi invasati si stracciano le vesti chiedendo un bis.
Confesso, ci coglie un filo di delusione anche per la scaletta, per l’assenza di quei pezzi che si sono agganciati alla nostra pelle agli inizi degli anni 2000 (un album su tutti, quell’Absolution del 2003 che contiene molto di più del tormentone citato in precedenza), e che, da brave nostalgiche quali siamo, ci aspettavamo di sentire.
Poca cosa comunque, in confronto a quello che abbiamo appena vissuto. La perfezione non esiste, ma questi signori qui ci vanno molto vicino, e davvero danno la sensazione di provenire da un altro pianeta. Speriamo almeno che siano vicini di casa di Elvis. Chissà le risate.

1 commento

19 maggio 2016 alle 18:42

Il gabbiano obeso mi ha ucciso. Ecco ora il rimpianto di non aver assistito è INSOPPORTABILE! <3 Grazie della recensione spassosissima

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