Alejandro il grande: Escovedo illumina la strada del rock

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Ci sono serate in cui ritrovi il senso del rock’n’roll. Capisci perché si organizzano concerti e perché c’è gente disposta a percorrere chilometri per assistervi e perché, dopo, è importante scriverne per fissare nel tempo un momento unico (anche se, speriamo, non irripetibile). Lunedì sera a Cantù Alejandro Escovedo ha tenuto una delle performance più memorabili del quarto di secolo di vita del club All’Unaetrentacinquecirca.

Due ore di musica ad altissimo livello, dal calor bianco del rock, all’intensità delle ballate acustiche all’arguzia dei racconti di un uomo che ha alle spalle dischi, concerti, ma soprattutto chilometri, canzoni e anche dolori. Tutto in scena davanti agli occhi degli spettatori che hanno riempito il locale in ogni angolo (non c’è miglior risposta a chi domandava «E chi è Alejandro Escovedo? Ma chi lo conosce?», perché il mondo non è fatto – se Dio vuole – tutto di gente che ascolta Elodie e poi ai concerti non ci va) e che sono stati testimoni di una vera e propria epifania sonora.

Merito di “Don Antonio” Gramentieri, che ha costruito attorno al musicista texano una band che lo stesso artista ha confessato che rimpiangerà una volta ripartito, capace di servirlo al meglio anche quando estrae dal cappello (che, peraltro, non si è mai levato) brani che non aveva mai eseguito prima. Lui ha una voce non “bella” secondo i canoni, ma espressiva e ipnotica. E la sua chitarra… può essere piuma e può essere ferro, quando si lancia in assoli memori dei suoi trascorsi punk (tecnica poca, cuore a mille), bilanciati dal virtuosisimo d’altri tempi di Gramentieri e dalla ritmica incrollabile dei suoi.

Tra i brani più memorabili, difficile scegliere, Can’t make me run per la botta iniziale, Down in the bowery per l’intensità, Sally was a cop per il perfetto bilanciamento musica, testo, esecuzione (un capolavoro), nei bis A thousand kisses deep per l’omaggio trasfigurato a Leonard Cohen. A proposito di omaggi… Prima che gli aplificatori iniziassero a ruggire, il bassista Denis Valentini si è prodotto in un fischiato morriconiano per salutare Alessandro Alessandroni, scomparso da poche ore.

Tra i racconti, parole acide per quell’uomo che vuole «costruire un muro tra me e i miei parenti messicani, non voglio neppure sprecarmi a pronunciare il suo nome, avete capito chi è», ma anche un ricordo affettuoso del compianto Carlo Carlini e di quell’indimenticabile festival che è stato l’Only a Hobo (la crème della canzone d’autore a stelle e strisce in una balera di Sesto Calende): «Una sera dopo lo spettacolo eravamo a cena tutti assieme. C’erano Townes Van Zandt, Joe Ely, Eric Andersen, Rick Danko, Jonas Fjeld e iniziò a girare una chitarra e tutti suonavano e cantavano meravigliosamente, quando ho capito che lo strumento stava per arrivare a me. E non sapevo cosa fare, perché mi sentivo piccolissimo rispetto a tutti loro. Ma l’ho fatto e mentre cantavo ho sentito Townes che bisbigliava a Joe “Che gran canzone, cazzo” ed è stato uno dei momenti più belli della mia vita».

Beh, Alejandro, lunedì ci hai regalato uno dei momenti più belli della nostra, il momento in cui tutti abbiamo ritrovato la strada del rock illuminata da questo concerto. Se tutte le serate fossero così… Ma non tutti gli artisti sono come Escovedo.

(Foto e video di Luca Spanò Tavecchia)

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