Afterhours in Alcatraz: emozioni al calor bianco

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Una delle migliori band italiane, tra i gruppi storici dell’alternative nostrano, con alle spalle album epocali come Germi e Hai paura del buio?, gli Afterhours sono tutto questo, e sono anche uno dei gruppi che più sanno emozionarmi. Non dico che siano i più grandi geni musicali che l’Italia abbia avuto, né che i testi di Manuel Agnelli siano perfetti. Ma la loro musica è un pugno nella pancia, è emozione, sudore ed energia. Dal vivo come da disco, le loro canzoni sanno toccarmi il cuore e lasciarmi commosso e devastato, oppure al contrario esaltarmi e farmi cantare a squarciagola stonando clamorosamente ogni singola nota. Ieri sera hanno suonato all’Alcatraz di Milano, in una delle ultime tappe di un tour iniziato quasi un anno fa, dopo l’uscita di Folfiri o Folfox, un disco intenso, lungo e personale, scritto dopo la morte del padre di Agnelli, colpito da un tumore.


In apertura Andrea Biagioni, scoperto a X-Factor da Agnelli, con chitarra e voce regala una performance breve, delicata ed emozionante. Poi (dopo una brevissima attesa) gli Afterhours salgono sul palco, accolti dalle grida e dal tumulto dei fan, e inizia il concerto.

Andrea Biagioni

Aprono con Né pani né pesci, uno dei pezzi più lenti e dolorosi dell’ultimo disco, che Agnelli interpreta in maniera struggente, per poi accelerare con la potentissima ed energica Qualche tipo di grandezza. La band è in gran forma: la sintonia tra i membri è perfetta, i brani più hanno una carica incredibile. Schierati sul palco e supportati dalla carica ritmica di Fabio Rondanini alla batteria, Agnelli, Xabier Iriondo e Stefano Pilia innalzano muri di suono densissimi, che a tratti lasciano spazio a melodie delicate e luminose, anche grazie al violino di Rodrigo D’Erasmo e al tocco di Roberto Dell’Era al basso. Si susseguono Il mio popolo si fa, col suo testo ferocissimo accompagnato da cumuli di distorsioni, e l’altrettanto violenta Ti cambia il sapore.

Le sofferte e gridate Ballata per una piccola iena e La sottile linea bianca; le più distese, ma non meno taglienti, Musa di nessuno o Non voglio ritrovare il tuo nome; la litania ipnotica di San Miguel, partorita dall’eclettico talento di Iriondo (che, oltre a essere uno dei membri storici degli Afterhours, ha anche alle spalle una carriera di musicista noise e sperimentale che ne ha fatto una sorta di colonna portante dell’underground milanese); o Grande, in cui le grida di Agnelli, accompagnate da una strumentazione scarna ed essenziale, risultano ancora più intense e strazianti. Poi Iriondo posa la chitarra, prende una tromba collegata a degli amplificatori, e inizia a suonare le note di Costruire per distruggere, una canzone bellissima, tra i momenti migliori di tutto il concerto. I pezzi più adrenalinici e quelli più sereni si susseguono senza soluzione di continuità, finchè Agnelli resta solo sul palco, si siede alla tastiera elettrica, e suona L’odore della giacca di mio padre. È un brano raccolto, delicato, che ci lascia con un groppo in gola.

Poi la band abbandona il palco. Li invochiamo, li chiamiamo, e loro escono di nuovo e attaccano con la celebre Male di miele. Il pubblico ora è caldissimo, ruggisce, si dimena; l’adrenalina esplode ancora e ancora con Verità che ricordavo, una canzone incredibile, una vera scossa nelle viscere. È il momento di Dell’Era (altro musicista con una carriera solista notevolissima, improntata nel suo caso a un pop rock fresco, spumeggiante e ricco di rimandi agli anni Sessanta e Settanta) che si porta al microfono e dà una spettacolare interpretazione in falsetto di Tutti gli uomini del presidente. Quindi suonano la grandiosa ballata Bye bye Bombay e di nuovo lasciano il palco. Il pubblico riprende a gridare, a chiamarli, stavolta sempre con più forza, finché riemergono e, assieme a Biagioni, ci regalano una cover di State trooper, di Springsteen. Altri due classici, Padania e La vedova bianca. Poi, del tutto inaspettatamente, Agnelli si siede di nuovo alla tastiera e suona il brano più triste che abbia mai scritto, Ci sono molti modi. Mi lascia con la pelle d’oca. L’ultimo brano è Quello che non c’è, anche questa una ballata lenta e memorabile, che chiude il concerto.

Ci lasciano, come sempre, esaltati e senza fiato per aver urlato troppo, sperando che tornino presto, con concerti anche più lunghi, che due ore per loro sono poche; che tornino presto e che riprendano a emozionarci.

(Foto e video di Alessia Roversi)

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