A casa tutto bene, sold out di Brunori Sas all’Alcatraz di Milano

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Ci sono pochi artisti a cui perdono l’uso smodato della rima baciata e alternata. I primi due, in cima alla lista, sono Fabrizio De André e Francesco Guccini, funamboli delle assonanze, delle metafore, delle iperboli e di tutte le migliori figure retoriche che la nostra straordinaria lingua può vantare. L’ultimo, in ordine di apparizione, è Brunori Sas, al secolo Dario Brunori, cantautore cosentino prossimo alle quaranta primavere, Premio Ciampi nel 2009 per Vol. 1, il suo primo disco, e vincitore della Targa Tenco nell’anno successivo, come miglior esordiente. Dopo altri due album di grande successo e un numero considerevole di live nei teatri, negli stadi e sui palchi di tutta Italia, a gennaio è uscito A casa tutto bene, un disco maturo, intenso e malinconico, protagonista di un tour che sbarcherà all’Alcatraz di Milano giovedì 2 marzo, per un concerto sold out da diverse settimane, nel quale Brunori sarà accompagnato dalla sua band storica, composta da Simona Marrazzo (cori, synth, percussioni), Dario Della Rossa (pianoforte, synth), Stefano Amato (basso, violoncello, mandolini), Mirko Onofrio (fiati, percussioni, cori, synth), Massimo Palermo (batteria, percussioni) e Lucia Sagretti (violino).

Dario, sorriso sornione e occhi limpidi, nella sua nuova fatica artistica annuncia l’emancipazione dalla figura del cantastorie di Guardia ’82 e di Rosa, raccontando di una generazione che si sta rassegnando, in perenne equilibrio tra paura e coraggio. Disincanto e delusione, desiderio di rischiare e timore, speranza e una punta di cinismo si inseguono inesorabili all’interno delle dodici tracce, disegnando limiti e forme di un’umanità spaventata e piccola, che vorrebbe affrancarsi ma che non ne ha le forze, che tenta di cambiare ma non sa rinunciare a quelle quattro o cinque cose a cui non crede neanche più, che ci prova e si aggrappa a ciò che ha, ripetendosi, come un mantra consolatorio, che se a casa tutto bene allora non è ancora finita. Apparentemente lontano anni luce dalle sonorità travolgenti di Mambo reazionario, questo disco riesce a mescolare con grazia caldi ritmi mediterranei e freddi suoni sintetici, tracciando una linea continua tra passato e futuro, vecchio e nuovo, classico e moderno, senza la pretesa di voler insegnare nulla, ma con l’umiltà di chi ha trovato la propria strada e intende perseguirla, senza dimenticare o rinnegare il percorso sin qui compiuto.

Il tutto esaurito dell’Alcatraz attesta, senza dubbio, quanto i fans di Brunori siano rimasti colpiti da quest’ultimo lavoro, in cui è facile riconoscersi e ritrovarsi, una generazione che pensava «Che fosse tutto una passeggiata / Che bastasse cantare canzoni / Per dare al mondo una sistemata, mentre l’amore è un pugno sulla schiena e dentro di noi sopravvive un Don Abbondio affacciato alla finestra / a guardare le macerie / a contare quel che resta».

È cresciuto, Darione nostro, ed è cresciuto bene, ma, a mio parere, il guascone che è in lui non si è affatto sopito, e so che ad un certo punto, giovedì, lo vedrò spuntare su quel palco, più in forma che mai. Perchè, se è pur vero che il cambiamento passa attraverso la riflessione e la consapevolezza, abbiamo anche un bisogno disperato di spensierata leggerezza, che ci restituisca energie e voglia di rimetterci in viaggio, che ci mostri la meta un po’ più vicina e raggiungibile e che ci faccia sussurrare, con sollievo, a casa tutto bene. Davvero tutto bene.

 

 

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