A Cantù è l’ora di Hitchcock

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Per i suoi 25 anni vissuti musicalmente, il club canturino All’unaetrentacinquecirca si è fatto un bel regalo e lo ha fatto anche ai numerosi appassionati che, in questo quarto di secolo, hanno potuto assistere a concerti impensabili prima tra le più anguste mura della prima, indimenticabile, sede e ora sul palco rinnovato di via Papa Giovanni XXIII 7 che giovedì 12 ottobre alle 22 accoglierà un artista unico come Robyn Hitchcock. Un nome che Carlo Prandini inseguiva da tempo (almeno da quando passò al Buscadero day nel 2011), da più di trent’anni uno dei grandi protagonisti dell’underground internazionale, il più celebre degli artisti di culto (o il meno considerato tra i grandi nomi della scena musicale anglosassone).

Il nome è quello del celebre fuorilegge che rubava ai ricchi per dare ai poveri (ma con la Y che fa mystero dai tempi dei Byrds), il cognome è quello del maestro del brivido e questi due modelli ben sintetizzano la poetica dell’artista, solo che… non è uno pseudonimo: si chiama davvero così, destinato a essere una star fin dalla nascita, 64 anni fa a Paddington, lo stesso distretto di Londra dove sono nati Joan Collins e Elvis Costello, Alan Turing e Patrick McNee (c’è qualcosa di più british dell’Agente speciale John Steed?). La sua grande passione? La sua prima band si chiama The Beetles, e non bisogna aggiungere altro. Tra gli altri miti personali di Robyn c’è anche Syd Barrett, ed è nella Cambridge di quest’ultimo che nascono i Soft Boys, che rinfrescano il sound dei primissimi Pink Floyd, quelli di Arnold Layne, alla luce del punk e della new wave. Una bellissima avventura, quella, che frutta almeno un capolavoro (l’indispensabile Underwater sunlight) prima dello scioglimento e dell’inizio di una carriera solistica inaugurata da Black snake diamond röle, pure se alle sue spalle c’è ancora gran parte dei Soft Boys, pronti a metamorfizzarsi negli Egyptians poco dopo.

In mezzo c’è I often dream of trains, un disco atipico, acustico, malinconico, claustrofobico, bellissimo (quasi come The madcap laughs di Barrett? Sì, quasi come quello). Spulciando la pagina discography del suo sito ufficiale si contano “solo” diciannove titoli (venti con l’ultimo arrivato, che, per la prima volta porta il suo nome, Robyn Hitchcock, pubblicato l’aprile scorso), ma non credetegli. In quarant’anni ha pubblicato antologie con inediti e di inediti, live, rivisitazioni, ha riunito i Soft Boys per il buon Nextdoorland, ha formato un’altra band, i Venus 3, ha realizzato un omaggio alla sua «più grande influenza musicale». No, non Barrett, non John Lennon, ma… Bob Dylan. È stato anche immortalato da un documentario, bellissimo, del compianto Jonathan Demme: il regista premio Oscar de Il silenzio degli innocenti ha sempre avuto un debole per il rock e filmando i Talking Heads e, per ben tre volte, Neil Young fino a Justin Timberlake era certo di trovare un pubblico numeroso. Storefront Hitchcock, invece, è un ritratto personale, un vero atto d’amore nei confronti di un vero grande, eclettico artista. Ma è un ritratto di quasi vent’anni fa: per conoscerlo bisogna esserci, a Cantù. In apertura Annie Barbazza, giovane voce apprezzata da personaggi come Greg Lake e Peter Hammill (un altro bell’eccentrico). Ingresso a 15 euro, per informazioni e prenotazioni scrivere a 1.35circa@gmail.com, telefonare (o WhatsApp) al 3457972809.

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