Un’altra città: la mensa dei migranti a Sant’Eusebio

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Una presenza discreta, in uno spazio tra la cucina e la sala, una chitarra, un microfono, un piccolo amplificatore. Il pubblico è composto da più di cento persone che, contemporaneamente, consumano la cena quasi in silenzio, lasciandosi trasportare dall’onda dolce delle note. Ma non è un concerto, non è una performance. È Fatoumata Diawara, artista africana apprezzata in tutto il mondo, per la sua musica e per il suo impegno civile, ieri sera ha accompagnato il pasto dei migranti nella mensa organizzata all’oratorio di Sant’Eusebio, via Volta, Città Murata, Como. L’applauso che la saluta alla fine non è quello di chi ha gradito la musica, le belle canzoni, si è divertito. Però è più sentito, più vero, spontaneo, assoluto. Perché la musica? «L’accoglienza – ci dicono – è bellezza» e basta questa frase a far apparire fuori luogo le polemiche strumentali sorte all’indomani dell’intervento solidale dei musicisti alla stazione.

Como Fatoumata Diawara suona alla mensa per i profughi di sant'Eusebio

Ci sarebbero tante storie da raccontare, una per ogni vita sospesa tra quel rifugio e la stazione di San Giovanni: uomini, donne, giovani, bambini, neonati, qualcuno lì lì per nascere: 288 pasti serviti domenica sera. Attorno a loro si è stretta una Como diversa da quella che alcuni credono insensibile, chiusa, poco incline a impegnarsi in prima persona. Chi lo sostiene, evidentemente, non si è mai dato da fare e, infatti, deplora i volontari che svolgendo un servizio concreto per queste persone che Como, piaccia o non piaccia, si trova a dovere accogliere. Sostengono, questi, che ci sono tanti italiani che vivono in condizioni disagiate che meriterebbero di essere aiutati per primi, ignorando, evidentemente, che questa emergenza non intacca minimamente tutto lo sforzo messo in atto da sempre dalla Caritas cittadina, dalle numerose associazioni – umanitarie e non – da sinistra, da destra, da chi non va a votare da almeno dieci anni, da cattolici praticanti che lavorano gomito a gomito con atei convinti, con agnostici, spesso ignorando l’estrazione sociale, il credo politico e religioso della persona che sta riempiendo piatti di pasti caldi al suo fianco.

Como Fatoumata Diawara suona alla mensa per i profughi di sant'Eusebio

A nessuno, del resto, viene chiesto come la pensa: se è lì, se vuole dare una mano, è perché la pensa nell’unico modo che interessa in questo momento. E queste non sono soluzioni (quelle spettano alla politca, cittadina, nazionale, internazionale): è il fare fronte a una situazione anomala con lo stesso spirito con cui si aiutano le tante persone, italiane, comasche e non, bisognose. Se questi fossero dei pazienti di un ospedale, allora i volontari sono gli infermieri che somministrano le medicine necessarie nell’attesa che i dottori stabiliscano la cura. Si abusa del termine buonismo, in questi giorni, ma a Sant’Eusebio non ce n’è e nemmeno pietismo. Ci sono persone che aiutano persone. Punto. I problemi internazionali, il diritto di cittadinanza, la provenienza, la religione, lo studio dei grandi flussi migratori, le guerre, le dittature, le leggi, i decreti, i trattati riempiono le bocche dei commentatori, che operino in televisione, in rete o al bar (i più accaniti e ferocemente insipienti al bar). Qui le chiacchiere stanno a zero e l’impegno è a mille.

Il problema si presenterà tra 30 giorni, alla fine di agosto quando l’oratorio non sarà più disponibile: «Noi siamo naturalmente disponibili a discutere di ogni possibile proposta e alternativa efficaci e a promuovere iniziative concrete». Sono disponibili un numero di telefono e un indirizzo e-mail, per chi volesse prestare servizio e per chi ha contributi da offrire: 031265225, mensamigranticomo@gmail.com.

Como Fatoumata Diawara suona alla mensa per i profughi di sant'Eusebio

«Qui ci sono persone di buona volontà che esprimono una realtà accogliente, mettendo a disposizione le proprie risorse e sentendosi totalmente responsabili del proprio servizio» dice Flavio Bogani, referente della Caritas. Lo troviamo a colloquio con monsignor Carlo Calori e con il direttore della Caritas cittadina Roberto Bernasconi, perché coordinare questo servizio non è semplice. I volontari sono decine, i profughi centinaia. «Questa mensa è gestita dalla Caritas cittadina e dalle comunità delle parrocchie di Como con volontari che hanno risposto all’appello dimostrando un grande desiderio di servizio e di accoglienza. E l’accoglienza è un valore universale per le persone, di qualsiasi espressione culturale, politica e partitica». Non sono frasi fatte: ieri, ad esempio, c’erano due ex esponenti politiche nostrane, di schieramenti diametralmente opposti, che lavoravano gomito a gomito. Riconosciamo volti che non avremmo pensato di veder operare nello stesso contesto. «È una promozione culturale che stanno vivendo anche i volontari – conclude Bogani – Servire è un’esperienza di gioia e Como, paradossalmente, si dimostra più europea con questa emergenza: di fronte alle mancanze della politica internazionale, questa città ha risposto».

Como ha risposto anche in termini di derrate alimentari, una risposta che deve continuare. Questo è l’appello diffuso ieri dalla Rete dei servizi per la grave marginalità della Croce rossa italiana.

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(Fotografie di Andrea Butti)

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