Teatro, maestro di vita

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I battiti del cuore superano le ali del mio respiro. Sono dietro le quinte che attendo l’attimo di calcare la scena e ripenso a quando ero poco più di una bambina; le emozioni dell’attesa non si sono affievolite, tutto sembra proprio come allora. Lo stato di salivazione pare assente e la temperatura corporea ricorda il periodo della più grande glaciazione: le mie mani, come due stecchini di gelato, si sarebbero sciolte da un momento all’altro. Ecco, è arrivato il momento: «In scena, si comincia» – grida il maestro dal corridoio, ritirandosi proprio dietro la scena festosa. Il suo tono di voce si svela: le sue parole, abitate dal rumore dell’agitazione, sono accompagnate dalla speranza che tutto vada bene e che i suoi attori, una volta giunti sul palcoscenico, riescano a rivelare i sipari della loro esistenza. Perché nel teatro non esiste finzione. Sono trascorsi sedici anni dal mio primo Lab. Teatrale, ma ancora oggi, come ieri, credo fermamente nella sua potenza, nella sua capacità di stupire, di meravigliare e meravigliarsi. Che meraviglia!

Dietro la grande impalcatura nera, presto invasa dai molteplici cambi di scena, sono tante le vite che si vanno a intrecciare, che da qui prendono spunto, per poi raccontarsi. Purtroppo la bellezza di questo viaggio straordinario si mostra solo per due sere; ciò per cui un intero anno si sogna, si realizza solo per due serate. Potrebbe apparire come lamentela la mia, ma in realtà si tratta di qualcosa che si tocca con la propria pelle, mi riferisco a quella sensazione di benessere che sarebbe bello non poter perdere mai. E qui non si tratta di fingere o di interpretare un ruolo, qui si tratta di essere e non fare finta di essere. Questo è stato l’insegnamento più grande del mio maestro, che ancora oggi a 27 anni ho la fortuna di avere accanto, «lui, quel vento che, di volta in volta, mi ha permesso di maturare, sia come attrice sia come persona». Rileggo spesso le sue parole in quella lettera stampata e bollata con tanta cura e dedizione per me, in cui mi confessava il desiderio di restare nel vento che mi avrebbe fatto maturare di tanto in tanto, anche giunto il momento di dover lasciare «il nostro piccolo e grande sogno comune». Credo che le sue parole siano state per me fonte di emozione, commozione e non nego che probabilmente e inconsapevolmente abbiano aiutato il tassello della mia autostima ad aumentare almeno di qualche tacchetta, quanto basta per sentirsi realizzati e soprattutto felici, nel rendersi conto della bellezza di un qualcosa che apparentemente può sembrare finto, ma che in realtà è più vivo di quanto non si possa immaginare.

«È inevitabile che al laboratorio teatrale ci si affezioni proprio nel momento in cui bisogna abbandonarlo». Per me non è stato così. Io credo di essermi innamorata profondamente fin dal primo istante, di non essere mai scesa da quel palcoscenico che è rimasto parte viva della mia vita; fino a oggi, il mio pensiero è ricorso spesso a lui, non perdendo mai l’occasione di assistere alle scene seguenti, dove purtroppo potevo solo guardare dal fuori ciò che avrei desiderato continuare invece a sentire dal dentro. «Perché per affascinare, bisogna essere affascinati»: così mi scriveva il mio maestro. Ebbene sì, il fascino del Lab. Teatrale ha sempre caratterizzato la mia esistenza fino a oggi, e ormai da quattro anni, ho la fortuna di riviverlo dal dentro, certo non come quando ero bambina, ma quanto basta per sentire sulla pelle i brividi di quel qualcosa che, inizialmente proviene dalla testa di uno solo, per poi divenire quadro di un’opera d’arte molto più grande, dove tutti gli elementi divengono essenziali e dove ciascuno è chiamato a fare la sua parte.

Credo che a questo punto sia arrivato il momento di condurre voi lettori su quella che è stata la mia fortuna più grande, anche se forse il termine “fortuna” non verrà piacevolmente condiviso da qualcuno, ma per me è stato così. Ricorreva il maggio dell’anno 2000 quando mi venne proposto un cambiamento di ruolo all’interno della rappresentazione teatrale Se per caso un saloon. Inizialmente avrei dovuto stare nelle parti di una ballerina di can can, mi sarei dovuta chiamare Polly, e l’idea di dover ballare certo non mi dispiaceva, ma quando giunse la richiesta urgente di sostituire Mary Rose, in questo caso barista e protagonista di questa grande scena, non so, ma ebbi come la sensazione che quella parte fosse stata cucita apposta per me, che le fila della vita di quel personaggio si intrecciavano in qualche modo con la mia e quel personaggio da quell’istante lo sentii subito far parte di me. Probabilmente avrei dovuto provare dispiacere per quella ragazza liceale che, a causa di impegni scolastici, aveva preso la decisione di lasciare la presa, ma credetemi questo pensiero non sfiorò mai la mia mente; da quel momento per me cominciava la più grande scommessa, non potevo deludere le aspettative del mio maestro. Così mi misi a lavorare sul personaggio fin da subito, non esistevano più il giorno e la notte, ma solo le restanti tre settimane che mi dividevano dal grande momento; non potevo mollare la presa o pensare di non potercela fare, desideravo fare bene, credevo anche con le punta dei miei piedi che in qualche modo avrei potuto farcela, perché certe cose si sentono e di conseguenza non si riescono a spiegare con le parole. Stavo dentro un’altra dimensione che oscillava tra sogno e realtà.
La serata della scommessa era dietro le porte e le mie insicurezze improvvisamente sembravano aumentare; dentro di me mi domandavo se mai ce l’avrei fatta a essere con convinzione e determinazione Mary Rose.

Laura TEATRO 2016  2016-05-23 alle 19.00.28

Si apre il sipario ed io dietro quel bancone sentivo le gambe tremare, speravo solo che la voce non mi tirasse lo scherzo degli arti inferiori. Ecco come tutto cominciò quella sera:
Butch: Ehi, Mary Rose, dammene uno…
Mary Rose: Non sei già abbastanza sbronzo, Butch?
Butch: Mary rose, mi sposeresti, Mary Rose?
Jack: Ci sono prima io Butch, mettiti in fila...
Mary Rose: Mi sembra di essere una mucca al mercato di Abilene...

Ancora oggi sorrido nel ripensare a questo inizio, che in qualche modo si collegava alla mia vita reale, ripensando a quei compagnetti delle elementari che, ai tempi della scuola, si emozionavano e diventavano tutti rossi nel momento del corteggiamento.  Ma ciò che davvero mi univa a Mary Rose era la sua spontaneità, ecco sì la spontaneità. E qui permettetemi solo di ricordare le parole del mio maestro che hanno creato in me uno stato di forte emozione all’età di soli 11 anni, ma allo stesso tempo vi chiedo di perdonarmi se decido di trattenerle e di non condividerle; mi rassicura l’idea di custodirle gelosamente, in modo da non incorrere nel rischio di abbandonarle o utilizzarle per altri scopi, poiché desidero che questo piccolo e grande sogno rimanga di chi, di questo epilogo, ne è stato protagonista.
Romeo e Giulietta, un’altra parentesi teatrale del mio Saloon: un teatro dentro il teatro. Ebbene sì, è proprio quello che è successo: una scala, un balcone e tanta commozione. Shakespeare non è uno qualunque insomma e poter indossare gli abiti della dolce Giulietta è stato per me un onore, ma ancor di più sono corse molte lacrime… «Perché certe cose non si costruiscono».

È bello pensare alla magia che il teatro ci permette, ma allo stesso tempo alla sua grande verità. Quando si sale sul palco si aprono i veri sipari della vita, la maschera non la si indossa, ma la si toglie il più delle volte. Sul palco siamo noi stessi più che mai e abbiamo il dovere di esserlo per poterci rivelare al nostro pubblico che domanda una storia vera e mai artificiosa. Può sembrarvi un paradosso il mio, ma non lo è. Credo che le mie paure più grandi io le abbia superate in parte proprio grazie alla forza che il teatro mi ha trasmesso, il non aver mai il timore di essere ciò che si è, e di esserlo sempre, anche quando siamo chiamati ad abitare nuove vite, proprio come succede nella fila della trama della scena teatrale, che non è mai finta e non richiama mai a qualcosa di finto. Anche ciò che proviene dalla pura immaginazione, una volta giunta nelle mani dell’attore è pronta per essere modellata, cucita su misura della singola storia.

Ma il Laboratorio Teatrale non lo si può ridurre alle due sole sere in cui avviene la rappresentazione; il Lab. Teatrale dura un anno, un incredibile anno ricco di idee; esso è tempo capace di racchiudere volti, stati d’animo, paure e aspettative, permettendo così incontri di vita che lasciano il segno. Il teatro: un testo scritto a più mani, comprensibile fino in fondo solo da chi di questo epilogo è stato interprete. Entro la dimensione del teatro non ci sono certo solo gli attori, ma insieme a loro c’è il minuzioso lavoro di tecnici e costumisti, un aiuto davvero prezioso: a loro il compito di disegnare le pareti e le vesti di questa grande avventura. Ecco l’avventura: mi piace questa accezione, poiché il teatro è lo spazio dove si è chiamati a spogliarsi delle vesti che solitamente, talvolta faticosamente, indossiamo ed essere realmente noi stessi. Può sembrare una follia, ma sul palcoscenico incominciamo ad indossare gli abiti della nostra vera esistenza, i soli capaci di raccontare profondamente ciò che siamo.
Ogni volta che mi ritrovo di fronte a una sua rappresentazione teatrale mi domando come sia possibile che Isidoro, il maestro, riesca sempre e impeccabilmente a vestire ciascun ragazzo del personaggio che più lo rispecchia, estrapolandone così la più profonda narrazione. Ventidue anni di Laboratorio Teatrale: sedici anni fa, come alunna, nei panni di Mary Rose e oggi come insegnante, mi ritrovo nelle vesti di Jeanne, segretaria di Jules Verne, pronta a introdurre Il giro del mondo in 80 giorni.

Ma oggi chi sono io? Sono sempre Laura, ho 27 anni, sono sposata e porto nel cuore il sogno di imparare a raccontare più cose possibili per più persone possibili, perché la narrazione mi solletica il cuore, mi permette di essere sempre me stessa, senza filtri. Quando racconto sento di poter regalare un pezzetto di vita. Sono educatrice, pedagogista e lavoro presso una scuola paritaria di Como come insegnante di sostegno da quattro anni. Amo il mio lavoro che per me è tavolozza di colori ogni giorno. Collaboro poi con Luminanda, come narratrice di storie, nel progetto Letture per bambini che muovono il mondo alla libreria Feltrinelli e grazie a questo percorso ho scoperto una passione smisurata per la narrazione. Sono donna aspirante bambina. Desidero poter contagiare il mondo con questa idea: Restare bambini per poter essere grandi. Sono convinta che il Laboratorio Teatrale abbia posto le radici di questa mia passione, sapendola coltivare ed innaffiare con amorevole cura ed attenzione fin dal primo istante; mi ha insegnato il sapere essere, prima ancora del saper fare.

Ammiro ogni anno l’umiltà con cui Isidoro, ideatore e creatore di questo straordinario mondo, rivela la sua opera e sempre con tanta passione, non lasciando mai nulla al caso. In gioco scendono in campo tantissimi volti, molteplici le sfumature di questo racconto, ma il maestro con destrezza e determinazione riesce sempre a posizionare tutti i suoi pezzetti nel posto giusto, mantenendo il controllo sull’intera scena, lasciando loro l’opportunità di esprimersi nel modo migliore. Tenere le fila di una storia così complessa non deve proprio essere facile, ma dietro quel cespuglio di capelli risiede un incredibile creatore di alchimie, che, caso più unico che raro, ha compreso fino in fondo che per commuovere bisogna essere commossi. Questo è ciò che accade ogni anno davanti e dietro le quinte di questo nostro piccolo grande sogno comune: ci si commuove, travolti dalla commozione e dalla grandezza di un uomo capace di altri mondi.
Grazie, Maestro, e spero non me ne vorrai, ma stavolta tocca a me.
A Isidoro,
per sempre mio Maestro.
grazie infinite.
Laura

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