Gli occhiali del marziano

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Quando siete felici, fateci caso

Le buone notizie non vanno più di moda. Anzi, forse, non lo sono mai state. Io, perlomeno, non me ne ricordo.
Faccio parte di quella generazione che è stata tirata su a pane burro e marmellata, strega comanda colori, regali (tanti) sotto l’albero, sani principi e, se eri in castigo, per una settimana non guardavi i cartoni animati e Bim bum bam.
La generazione dei trentenni, abituati ad avere un po’ di tutto e di tutto un po’. La generazione di quelli cresciuti, sì, ma senza troppe preoccupazioni.
Eppure, in questa infantile parentesi edulcorata, c’è sempre stata una nota che strideva con tutto il resto: il telegiornale della sera.
Ricordo la sensazione di me bambina che osservo, soggiogata, le immagini che scorrono sullo schermo luminoso. Morti, rapiti, feriti, incidentati; persone che uccidono animali, animali che uccidono persone, persone che uccidono altre persone. Del resto, si sa, la violenza ha un effetto terribile e affascinante sui bambini e io, senza contraddire affatto questo paradigma, mi incantavo davanti alla tv, completamente stregata da quel vortice di catastrofi e sfaceli. Ma come biasimarmi? Del resto non ci ero abituata e per me rappresentava un’assoluta novità, qualcosa di speciale e di molto, molto attraente.
Poi sono cresciuta e, inesorabilmente, a tutto quel botte, sangue, violenza alè alè, ho iniziato ad abituarmici. Tanto che, alla fine, ha iniziato a sembrarmi normale, perfino noioso. Ordinaria amministrazione.
Faccio parte di quella generazione a cui, appena abbiamo avuto l’età e la testa per uscire di casa e immaginarci un futuro, è stato messo sulle spalle un sacco di piombo con il marchio crisi scritto a lettere belle grandi, nel caso qualcuno non fosse riuscito a leggerlo.
E noi, abituati per troppo tempo a non dover scegliere e a non dover rischiare, quel sacco ce lo caricati senza lamentarci troppo. Del resto, è così che va: c’è la crisi.
Mi torna in mente un gioco che facevo spesso quando ero piccola e che mi divertiva moltissimo. Costruivo un paio di occhiali di cartoncino, poi li dipingevo e ci incollavo sopra le cose più strane: perline, brillantini, fiori, pezzetti di carta colorata e di spago, piccoli bottoni e qualsiasi altra cosa inferiore ai 50 cm di diametro che capitasse sotto le mie manine.
La magia vera e propria, però, prendeva forma solo quando, una volta ultimata la preparazione, li indossavo. Li chiamavo gli occhiali del marziano.
Ecco, mi piacerebbe reimparare a guardare il mondo con occhi(ali) simili a quelli. Provare a raccontare le storie di quei giovani, di quelle persone, che ogni giorno scelgono di dare alla propria vita e al proprio lavoro, una direzione ostinata e contraria rispetto a tutto ciò a cui ci hanno abituato. Non serve andare troppo lontano. Anche qui, nella nostra italietta un po’ sgangherata, ce ne sono e sono tante, le storie di realtà (dico una parola un po’ inflazionata) virtuose.
Virtuose e non virtuali. Concrete, fatte di persone che quotidianamente si nutrono di progetti e idee, coltivando sogni e intrecciando relazioni.
Alcune di queste storie e di queste persone, le conosco personalmente, altre le ho scovati per caso, leggendo, o a mia volta, mi sono state raccontate da qualcuno.
Spero mi perdonerete se il focus sarà, perlopiù, centrato sul mondo del teatro e dell’arte che, del resto, sono il mondo in cui abito io. Dal canto mio, accoglierò con piacere i suggerimenti di chiunque voglia segnalarmi una storia a cui dare voce e occhi nuovi.

Del resto, parafrasando le parole di un giornalista che amo molto, tra i gesti d’amore che tengono in piedi questo pianeta sfuggendo ai radar dei media tarati sul male, ogni tanto ne affiora in superficie qualcuno… qui proviamo a intercettarlo!

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