Wow che gruppi, la parola ai musicisti

wow music festival
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Sono le 5 del pomeriggio, 32 gradi e 43% di umidità. «Sa, sa, prova, eh», qualche nota di basso, un accordo. Gli artisti si susseguono all’ombra del palco che è pronto da mercoledì sera. A volte passa qualche mamma in bicicletta con al seguito i bimbi, si ferma e ascolta incuriosita le prove degli artisti che stoicamente sopportano l’afa di questo pomeriggio di giugno inoltrato. I ragazzi dello staff fanno avanti e indietro e preparano sedute esagonali per i workshop del pomeriggio, balle di fieno che diventano sedute da porre in mezzo all’erba e montano i roll up su cui si mette in mostra il Kraken, il calamaro gigante, un mostro marino leggendario, scelto come mascotte per questa edizione del wow music festival.
I ragazzi del mixer sono già all’opera da qualche ora:
Durante le prove c’è stato qualche gruppo particolarmente esigente?
No nessuno ha avuto pretese incredibili, sono tutti tranquilli, tutti gli space plan sono stati rispettati…
Cosa pensi di questa edizione di wow?
Il posto è bellissimo, ho avuto poi tanto a che fare tecnicamente con Lorenzo dello staff, che è squisito. Noi che arriviamo esterni con determinate esigenze abbiamo trovato una grande gentilezza e organizzazione. I gruppi non li conoscevo, ma posso dire che i ragazzi de La Batteria, che ho ascoltato durante il sound check, mi piacciono molto.

Nel frattempo si fa sera e i gruppi cominciano a suonare: per primi gli YOMBE, duo stiloso dal sound electro pop. «I moscerini erano il vero pubblico di oggi» scherza tra il deluso e il sarcastico Alfredo, parte della coppia. In effetti, durante la prima parte della serata la platea era semi vuota e l’aria, durante il crepuscolo, piena di fastidiosissimi moscerini. «Ci siamo fatti delle domande riguardo alla line-up, ci sentivamo un po’ fuori posto e ci domandavamo come mai noi fossimo in mezzo a gente che fa rock. Forse è stato un po’ penalizzante una serata di cose diversissime a noi».

YOMBE

YOMBE

E intanto, piano piano, la gente comincia a riempire la piazza e La Batteria, il secondo gruppo della serata occupa il palco ed emoziona con una coinvolgente rivisitazione della colonna sonora del film Amore tossico (un film del 1983 diretto da Claudio Caligari, ndr.).
Il vostro nuovo album prende ispirazione dalla colonna sonora di un film di qualche decennio fa. Di chi è stata questa idea? Vostra o di Detto Mariano, il compositore originale?
Eravamo alla ricerca di qualche brano non nostro per rimpolpare il repertorio dal vivo. è uscito nelle conversazione tra di noi. Avevamo anche scoperto che la colonna sonora del film non era mai uscita. Abbiamo deciso con il nostro discografico di fare un operazione che comprendesse sia la versione originale che un nostro remake. Inizialmente Detto Mariano non era molto convinto di questa cosa… Non ci conosceva, era sospettoso. In realtà tutta la sua diffidenza, ascoltato il disco una volta finito, si è trasformata in amore.
Oggi cosa vuol dire innovare la musica, pescare dal passato per incuriosire e creare qualche cosa di nuovo?
Il passato ci serve per fare qualcosa che abbia senso oggi. Questo tipo di musica è qualche cosa che abbiamo nel dna musicale, in quanto italiani. Certe colonne sonore fanno parte di un tipo di musica che abbiamo ricercato nella nostra infanzia, che usciva dalla televisione, dalla radio e dal cinema che era molto più curato di oggi a livello di arrangiamenti e composizione. Del passato è questo che ci interessa: un tipo di artigianato che arrivi ai limiti dell’arte. è un certo tipo di comporre che è molto italiano.
In che senso?
Le colonne sonore di quel periodo di alcuni compositore come Morricone, Niccolai, Alessandroni, Bacalov, e molti altri sono amati all’estero perché hanno un tocco particolare rispetto agli altri. Una scrittura di estrazione classica applicata alla musica pop dell’epoca. c’è una forte componente melodica, essendo italiani, ma anche rumoristica creativa sperimentale anche un po’ folle. Questi artisti hanno lasciato un segno perché hanno saputo trovare un grande equilibrio tra queste componenti.
Se aveste potuto scrivere voi la colonna sonora, di quale film…?
David: Mi piacerebbe fare la colonna sonora di Suburra della prossima serie televisiva, che stanno preparando
Paolo: Mi sarebbe piaciuto scrivere La decima vittima di Elio Petri

La Batteria

La Batteria

Susseguono gli Appaloosa, band livornese dal sound sporco e aggressivo ma che si rivelano aperti, cordiali e molto ironici.
Parlatemi del Lupo sulla copertina del vostro album…
È un cane satanico. È stato creato da un nostro amico che ha disegnato un sacco di copertine per gruppi svedesi e norvegesi.
Tre aggettivi che assocereste a quel cane e che ricondurreste alla vostra musica?
Satanico, cattivo e oscuro. Il disco ha un’atmosfera che non trasuda felicità. Ma la composizione è molto istintiva, si capisce dove sta andando il disco direttamente durante la produzione.
Di chi è stata l’idea del nome?
Dal nostro primo bassista, nel ‘98, mentre era a casa del suo babbo. Non sapeva come chiamare il gruppo e aveva un quadro con tutte le razze dei cavalli, tra cui l’Appaloosa. In realtà avremmo voluto cambiarlo, ma ormai è così, rimane questo.

Appaloosa

Appaloosa

In realtà questa sera stanno tutti aspettando i Soviet Soviet, trio marchigiano ricondotti tra le fila del post punk. Ma per loro sono solo etichette affibbiate dai giornalisti e preferiscono non riconoscersi in alcun genere o catalogazione.
Siete il gruppo di punta di questa serata. Cosa ne pensate?
Ci fa piacere…
Da quanto tempo suonate e da quanto tempo vi ritenete famosi?
Suoniamo dal 2009 e ancora non ci riteniamo famosi. Ma magari da questa sera cambierà tutto. Diciamo che dal 2013 gira un po’ più la voce… L’album è stato accolto molto bene dalla critica ed è arrivato di più alle persone. Probabilmente è stato un disco più radiofonico.
Perchè il nome Soviet Soviet? Perchè Soviet e perchè ripetuto due volte?
È un nome nato per scherzo, per divertimento tra amici. Ripetuto due volte perchè suonava meglio di una, come Duran Duran.
Il rock è morto?
No, però sviene. Si evolve. Quando cominciano a formarsi delle realtà che hanno successo anche fuori dalle proprie città la gente comincia ad incuriosirsi, a partecipare ai live, iniziano a funzionare bene i locali e a crearsi festival organizzati con senso. Ha incuriosito anche il fatto che l’interesse sia nato prima all’estero che nel nostro Paese.

Soviet Soviet

Soviet Soviet

Di certo, di generi, ieri sera, ne abbiamo ascoltati diversi e le suggestioni non sono mancate. Possiamo essere sicuri che nel panorama della musica indie italiana c’è fermento, voglia di farsi conoscere e un orgoglio ritrovato, pronto a esplodere di energia sul palco e far muovere a ritmo corpo e anima della gente.

(Foto di Anna Tosatto)

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