Van De Sfroos e el fantasma del lungolàac

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Il lago è il protagonista di tante sue canzoni, ma con l’acqua del lago Davide Van De Sfroos ha intrecciato tutta la sua vita. Lo vede dalla terrazza di casa, a Mezzegra e lo racconta con immagini e note. «Sono passato per cinquant’anni da piazza Cavour – racconta –  ho visto momenti in cui c’era la piazza normale, altri in cui la piazza veniva vissuta da eventi. Ho visto blocchi di cemento con dentro una vettura, poi prontamente  spostati o abbattuti.  Guardavo però dall’altra parte e avevo una certezza:  il lago e il lungolago. Come da bambino». Poi le cose, però, sono cambiate. «Da un certo punto in poi – spiega il cantautore laghée –  è diventato il territorio dell’enigmista, del  nemico di Batman, con  punti di domanda dappertutto. Su il muro e giù il muro, su un altro muro e su una staccionata e, alla fine dei conti, ho cominciato a non vedere più niente».

«Vedevo sempre un eterno cantiere e continuavo a chiedermi cosa stesse succedendo lì dietro e, soprattutto, mi sono fatto la classica domanda: a noi piace guardare il lago, ma al lago piacerà  ancora guardare noi per quello che costruiamo sulle sponde, sui monti? Il lago  non è solo acqua, ma c’e tutto il circondario, tutto quello che si affaccia sul lago».

E secondo Van De Sfroos cercare di riappropriarsi del lago è più che naturale. Quasi scontato. «Credo – dice – che nessuno dica niente di sconvolgente se Como, i suoi abitanti e tutti i paesi chiedono di avere un lungolago laddove naturalmente dovrebbe esserci un lungolago. Mi sembra una cosa quasi fisiologica, ecologicamente corretta.  Ogni paese rivierasco che si rispetti  sta cercando di investire e  di sistemare quello che è chiamato lungolago. Abbiamo la fortuna di affacciarci su uno dei laghi più importanti del mondo e se il balcone sul lago non esiste e  rimane un cantiere eterno, allora la gente può anche dire  “facciamo qualcosa”».

Davide ha firmato la seconda cartolina indirizzata al presidente del Consiglio Matteo Renzi (la terza sarà allegata gratuitamente al quotidiano La Provincia di lunedì 23). «L’iniziativa non è né particolarmente velenosa e neanche particolarmente infuriata. Vediamo un lungolago in queste condizioni e diciamo semplicemente di liberarlo dalla prigione, da queste sbarre e chiediamo che ci venga restituita la possibilità di guardare il lago. In numerose stampe e disegni del periodo antico era un posto dove arrivano i viaggiatori dell’epoca  e ne rimanevano affascinati.  Oggi sembra di essere tornati in un’epoca oscurantista. Non è possibile regredire in questo modo dal punto di vista del  gusto e  del bello».

E chiude parlando dell’opera delle paratie: «Nessuno si immaginava che sarebbe diventata un’epopea, una linea Maginot, con polemiche, fallimenti, spese. Si rimane sconcertati. Ma queste cartoline lasceranno il segno».

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