Tutti pazzi per i Lego! E oggi si gioca

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Il film più atteso del 2017? Prima dell’Ultimo jedi, prima degli ennesimi capitoli delle ormai infinite saghe dei supereroi, dopo lo straordinario successo del primo lungometraggio per il grande schermo, è in arrivo Lego Batman – Il film, ovvero un lungometraggio realizzato con l’ausilio dei mattoncini giocattolo per costruzioni più amati del mondo. Perché tutti quanti amano i Lego e chi non è mai stanco di giocare, sabato 4 febbraio, a partire dalle 14.30, potrà scatenare la sua fantasia da Cray Comics. L’associazione Brickoni mette a disposizione centinaia di mattoncini colorati – che saranno successivamente venduti a peso se vorrete acquistarli a fine giornata – con i quali si potrà giocare per tutto il pomeriggio. Non servono iscrizioni o quote di partecipazione , l’ingresso sarà libero a tutti, bambini e adulti.

L’associazione culturale Brickoni nasce dalla passione di un gruppo di costruttori Lego con la missione di far conoscere e sviluppare la creatività come strumento di gioco e didattico utilizzando i famosi mattoncini danesi. Ma da dove arrivano e come hanno fatto a infilarsi praticamente in tutte le case del mondo?

Lego Batman – Il film

La storia di Ole Kirk Christiansen è degna di una favola, un racconto da lume di candela di quelli che Andersen ha raccolto e diffuso prima in Danimarca e poi in tutto il mondo. Nato poverissimo nello Jutland, tredicesimo figlio di una famiglia che viveva stipata in una casa piccolissima, il giovane Ole si dette da fare come falegname, ma l’eco della Grande Depressione, quella del 1929, raggiunse anche la Scandinavia, gelando la piccola attività di Christiansen. Colmo delle sciagure, la morte prematura della moglie lo lasciò con quattro figli da crescere e da sfamare. Per dirvertirli, questo babbo premuroso che piace immaginare con i capelli e i baffi prematuramente ingrigiti del Geppetto di Walt Disney, costruì un anatroccolo di legno che piacque così tanto ai fanciulli da convincerlo a farne altri per la felicità dei bambini della piccola cittadina di Filskov, utilizzando il legname che gli era rimasto. Ma, ancora una volta, un destino beffardo era in agguato: nel 1942 un furioso incendio distrusse tutto e il povero Ole si ritrovò, ancora una volta, a ricominciare da capo. Ma non si scoraggiò e con i trucioli rimasti fabbricò dei pezzi di legno componibili con cui era possibile costruire casette e altri piccoli oggetti. «Giocate bene», diceva ai suoi bambini prima di recarsi al lavoro, «Leg godt».

Un balzo in avanti di settant’anni e quella favola, una fiaba chiamata Lego, è un colosso industriale di portata mondiale, secondo l’autorevole magazine finanziario Forbes è il brand più celebre, scalzando il primato di Ferrari, una realtà da miliardi di dollari di fatturato, un articolo che non conosce crisi anche se, dalla nascita del primo mattoncino a oggi, i bambini sono passati dal cavalluccio di legno al mini tablet presonalizzato. In quel lasso di tempo sono stati prodotti quattrocento miliardi di mattoncini (quindi ci sono circa 57 pezzi di Lego per ogni essere umano: una scatola completa!). Il miracolo della fabbrica dei mattoncini si ripete ogni volta che qualcuno apre una confezione, che si tratti di una classica raccolta di pezzi base o di una delle serie dedicate a Star wars o ai Pirati dei Caraibi. Un miracolo che unisce tecnologia, design e altissima precisione. Il materiale innanzitutto: Christiansen, che era un uomo scaltro e geniale (e no, non assomigliava a Geppetto, ma era un distinto e occhialuto signore dall’aspetto ordinario) e intuì immediatamente quali potevano essere i vantaggi della plastica rispetto al legno. I giocattoli tradizionali erano, indubbiamente, più “caldi”, dall’aspetto più naturale, ma a mr. Lego questo non interessava. Per essere funzionali, i suoi mattoncini dovevano essere precisi al millimetro in ogni loro parte, tutti identici, tutti perfettamente uguali. Al termine della Seconda guerra mondiale, quando i polimeri divennero disponibili anche in Europa si vasta scala, la fabbrica di giocattoli danese si assicurò un macchinario per modellare l’acetato di cellulosa, ma non è questa la “materia di cui son fatti i sogni”. Nessuno lo sa, ma dal 1963 le nostre case, e le case di milioni, anzi, miliardi di persone nel mondo (57 mattoncini pro capite, ricordiamolo) sono piene di acrilonitrile butadiene stirene. E perché nessuno inorridisce?

Ole Kirk Christiansen

Perché non esistono campagne per combattere questo materiale sicuramente inquinante e, quindi nocivo? Perché tutti amano i Lego. I Lego non inquinano. Non inquinano perché non si buttano via. Quando il bambino cresce i mattoncini vengono riposti, più o meno amorevolmente, in cima a un armadio o in cantina in attesa che qualche nipote abbia bisogno di essere intrattenuto. Creativamente. Le possibilità di combinazioni di questi pezzi che si agganciano, ma non troppo da dover esercitare una forza eccessiva per dividerli, sono numerosissime. E sono resistentissimi: qualcuno si è posto una domanda che avrebbe fatto impallidire anche i fagioli nel barattolo di Raffaella Carrà, ovvero «quanti mattoncini di Lego uno sull’altro si possono impilare prima che il mattoncino alla base collassi»? La risposta è 375mila. La precisione richiesta dal buon vecchio Ole, che ci ha lasciati nel 1958 e non ha, quindi, fatto in tempo a vedere gli incredibili sviluppi della sua creazione, dà i suoi frutti ancora oggi: un mattoncino prodotto nel 2015 si aggancia perfettamente a uno realizzato nei primi anni Sessanta. E se i tempi cambiano, Lego non sta a guardare: è diventato tecnologico, animato, computerizzato, il primo film ha raccolto anche il plauso della critica e i consensi del pubblico, forse perché siamo tutti vittime consenzienti di un marketing virale che dura da più di mezzo secolo.

Storiche scatole di Lego

E se tutti i bambini hanno giocato con i Lego (e, si intende, anche le bambine, perché i mattoncini sono adatti a tutti, ma davvero a tutti), anche i più grandi non rinunciano: ci sono i seri appassionati, i collezionisti, ma anche quelli che non vedono l’ora di avere un infante a disposizione per andare a cercare la vecchia scatola in alto (sull’armadio) e in basso (giù in cantina) per rimettersi a costruire, come un tempo. E, indubbiamente, tutta quella pratica con i Lego, se non ha ispirato generazioni di architetti e ingegneri (la correlazione non è comprovabile perché non esiste ingegnere o architetto che non abbia giocato con i Lego, ma anche i futuri avvocati, benzinai, perfino i giornalisti edificavano con i Lego), sicuramente ha lasciato un’impronta che emerge in quelle domeniche mattina in cui ci si dedica alla costruzione di armadi e librerie acquistate all’Ikea il giorno prima. Curiosamente, come il “vicino di casa” Ingvar Kamprad, il fondatore dell’Ikea, o come John Pemberton, il “signor Coca Cola”, anche il nome di Ole Kirk Christiansen non è diventato celebre come quelli di Steve Jobs e Bill Gates, Walt Disney e Alfred Hitchcock, ma il marchio Lego è arrivato anche nello spazio, con gli astronauti dello Shuttle intenti a testarne le capacità in assenza di gravità. Quasi un atto dovuto: è dal 1964 che i mattoncini immaginano lo spazio e il primo Shuttle componibile si poteva assemblare due anni prima che venisse lanciato quello vero. Long live Lego!

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